Michele Paoletti: la luce in quei cortili

Michele Paoletti, FOGLIE ALTROVE, ArcipelagoItaca 2020

Il libro di Michele Paoletti è attraversato dal rumore del tempo perduto, da un suono armonicamente sintonizzato coi temi del prima e del dopo, tra infanzia e adolescenza, perdita e ritrovamento.

Ne risulta una lettura che richiede al lettore l’attivazione di un sentire comune sulla scia di un tempo che si porta via le foglie secche della memoria, che solleva ricordi ancora vividi e luoghi comuni in cui abbiamo trascorso i primi anni della nostra vita: strade, cortili, campetti, tempeste reali e tempeste esistenziali, nello sfondo di una natura spesso violenta e defraudata.

E in effetti tutta la terza sezione, “La luce nei cortili”, è un intenso cortometraggio sul fare di un’infanzia febbrile e di un’adolescenza che ha cambiato le azioni, ma non ancora il loro senso.

Questo malinconico canto di feuilles mortes aspira alla promessa di perdita e innocenza, riconoscendo la superiorità del gesto del bambino che pienamente si compie nella sua infanzia, senza volere altro.

Tutte le prime due sezioni sono così immerse in una natura sempre in movimento in cui gli episodi della storia sono scene di una lunga recita verso l’età adulta.

Il tempo, spesso, è un non tempo senza puntelli e il fuoco nella casa protegge dalla violenza del temporale. Qualcosa sembra incombere sempre, a un passo dalla resa, ma si tratta del teatro della vita abituata alla resistenza e alla resa.

Così queste poesie sono costruite intorno a un sottile tremore, il fanciullino impara a pesare le forze immani, a come resistere senza che l’inquietudine si trasformi in angoscia:

Una foglia sul ramo basso

oscilla senza vento,

le formiche arrancano sul tronco.

La civetta ripiega le sue ali,

infilata in un cumulo di stecchi

stende un grido intorno

e l’erba vibra nella sera.

Fruscia qualche passo nella nebbia

una porta si spalanca in fretta.

Il temporale sfonda il cielo

prepotente, le case

trattengono il respiro.

Una gioia sfrontata d’acqua

ci piove dentro, ci fa ridere di pianto.

p. 24.

Queste poesie, insomma, potrebbero essere immaginate come un racconto del superamento delle prime parole, l’attraversamento inconsapevole del labirinto.

Non bisogna illudersi, comunque, e rimanere scettici verso certa psicologia da manuale che ci ha abituati a un discorso scontato intorno alla guarigione, all’elaborazione dei nostri lutti. Così, nell’ultima sezione del libro, il tremore della natura lascia il posto, più evidentemente, al tremore dei corpi adulti, al dolore incuneato come una traccia biologica. Poco sembra essere veramente cambiato sotto il cielo: il canto rimane dolce e commosso, la voce del bambino ha attraversato gli anni, è vero, ma è ancora lì, in un corpo che forse non riconosce e che non ha smesso di tremare e piangere davanti al’altro corpo che trema e piange.

Pochi bambini sulla spiaggia,

gabbiani randagi che rivoltano e alghe

come se cercassero un ricordo.

Tutto è cambiato,

non c’è neppure il palo per le biciclette.

                       Anche le pietre non sono più le stesse

spaccate da un taglio verticale

mostrano la polpa polverosa,

il fallimento del tempo e delle cose.

p. 67

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