L’URGENZA DELLA POESIA n. 17

17
Giacomo Leopardi

L’infinito

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

LIMITE

Ho un po’ di imbarazzo a commentare “L’infinito” di Giacomo Leopardi. Testo talmente famoso che il paesaggio intorno a casa Leopardi, a Recanati, compreso il famoso colle, è diventato patrimonio dell’Unesco. Patrimonio spirituale, quindi, oltre che paesaggistico.
Giacomo, Giacomo… triste ragazzo rinchiuso tra le mura di una casa turrita, tra le cure e le attenzioni di dolci sorelle che forse ti hanno reso troppo dolce e sensibile.
Che cosa può fare un ragazzo, in queste condizioni, essendo anche un ricco ragazzo? Mettersi a guardare il mondo da una finestra? E che si vede, fuori da queste finestra, se non un villaggio di contadini? E oltre questo villaggio che si vede?
A un certo punto si vedono alture, impedimenti.
In questa lontananza lo sguardo si affina, diventa caparbiamente piccolo e appuntito; varia, svaria, non è più reale, non si sentono gli odori, non si vedono più le forme. Questo paesaggio diventa metafisico, un luogo dove potrebbero apparire angeli e demoni, o un dio… almeno fosse così, sarebbe già qualcosa!
E invece c’è silenzio e infinita solitudine, e strazio. E’ giusta una condizione così rigorosa per un ragazzo? A quell’età bisogna vivere la vita, vestirsi elegante, fare conquiste, essere un po’ coglioni, solo un po’, certo… E’ tutto così già vecchio nella giovane vita di quest’uomo! Sudate carte, studio matto e disperatissimo, salute gracile, deformità… Uno così, a scuola, sarebbe preso in giro da mattina a sera, magari sottoposto alle esplicite angherie di qualche bulletto. Uno così è condannato a diventare l’erudito, il letterato di turno come ce ne sono mille altri. Un secchione, direbbe uno scolaro della scuola media. Il mondo non mi vuole e io me ne fotto del mondo, lo prendo a pesci in faccia, lo descrivo come una cosa inutile, ma struggentemente desiderata nel segreto; distante, irraggiungibile.
Eppure Giacomo incomincia così:

Sempre caro mi fu…

Quando ha scritto, dunque? Ha scritto quando il dolore è già passato? Quanto dura quel “sempre”? E’ la fase dell’esperienza in cui ogni cosa è superata, diventata distante e l’anima si è fatta più saggia?
No. Quel colle è ancora lì…

io nel pensier mi fingo…

Ora, adesso. Resta solo un incipit quell’inizio, un flashback dalla nascita – il colle è sempre lì e gli occhi del bambino si sono da tempo abituati a quel limite, a quella distanza – .
Gli occhi di un bambino percepiscono sempre un limite, una distanza. Può essere un’altezza, una profondità, l’assenza di qualcuno, ed è proprio in questa condizione che il bambino deve incominciare ad elaborare il sentimento dell’assenza, fare qualcosa per sé, persino per gli altri.
Che cosa ne ha fatto, Giacomo? Ne ha fatto pensiero, ma è un’esperienza dolorosa per lui perché questo limite, questo sguardo limitato, è come se gli precludesse la percezione del suo stesso corpo. Come se il suo corpo fosse diventato pensiero. E inaudita immaginazione. Tutto l’altro è il mondo, la sua mancanza.
E inaudita percezione. Ogni sensazione fisica si amplifica e comincia a sbattere contro le pareti di una stanza.
Eppure in questo dolce dolore, Giacomo crede di essere felice, deve immaginare di essere felice, altrimenti muore.
Dovresti pensare, ragazzo, a un momento in cui ti sei sentito così, come Giacomo, e a tutte le parole che ti sono mancate per dirlo. Perché, in questo limite artificiale del colle, più struggente di ogni cosa risuona la mancanza di lei, dell’ “altro” che oggi noi colmiamo, proviamo a colmare, con gli oggetti della vita.
Noi naufraghiamo tutti i giorni, senza saperlo, contro il limite della nostra stessa esperienza. C’è chi diventa saggio, prova a filosofare; c’è chi senti la voce di un dio

il vento che passa tra le fronde

c’è chi ama annegarsi nell’esperienza immediata della pura percezione.
Tutti anneghiamo a nostro modo, tutti sentiamo il limite di essere stati piazzati in una terra di mistero che ogni giorno proviamo a scavalcare con la nostra presupponenza, col nostro celato dolore.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...