Marco Bellini: mi accorgo di non avere il tuo nome

Marco Bellini, La complicità del plurale, LietoColle 2020

Ho scritto una volta che la perdita di una persona cara rappresenta una cartina di tornasole per la tenuta della scrittura di ogni poeta.

L’ineludibile sfacciataggine della fine, smaschera la poesia e la vita riducendole a calco reciproco, gesto semplificato dell’accadere.

Nel caso della poesia, il senso della parola finisce per coincidere con un gesto, a volte vasto, a volte minimo: vasto, quando racconti l’illusorietà di un progetto; minimo quando si soffermi su ciò che è rimasto, sulle archeologie di noi stessi, sul vuoto che improvvisamente si forma intorno alle cose illuminandole di una luce nuova.

Così questo libro di Marco Bellini, requiem per la morte di un padre e riflessione sulla solitudine dei vivi, si inserisce in un vasto campionario di libri/diari/testimonianze – naturalmente nella forma interiorizzata del diario – tali da costituire un campionario a parte nel panorama dei temi che la poesia è in grado di affrontare.

Si vedano, appunto, le ricorrenze: la descrizione degli ultimi gesti; il silenzio degli oggetti che restano; il senso della vita che rimane ai vivi; le tappe del loro scontento; una qualche forma di riconciliazione dopo le incomprensioni – e persino i drammi -; il dopo che deve ricominciare, la quantificazione dei graffi – questa volta per i vivi – e infine le nuove parole per gli anni futuri.

Nel caso del lavoro di Bellini, una chiave di lettura può essere immaginata a partire dai verbi – l’infinito significato dei verbi – edificati come steli che segnano confini, tappe; oppure resistenze, si potrebbe dire, tra un nulla insignificante e una biologia che comprende in sé anche la fine. La morte abita il tutto di qua, assolve al suo compito di essere braccio di ferro con i vivi, e forse per timore che anche essa possa precipitare in una grande voragine in cui neanche la parola morte ha più un senso. Si tratta, dunque, di un’esperienza per tutte le cose esistenti, per i vivi, che attraverso le parole cercano di definire il senso di un non senso.

E così: “ Parlare / è il verbo senza voce”.

E poi: partecipare, dissodare, spegnere, risorgere, lasciare…azioni situate nella chiusa di molti testi, quasi a voler ingabbiare il senso della fine ancora in un “qui” e “ora”.

Segnato, dunque, il confine del lutto entro la casa della vita, niente deve più il corpo del padre a un dopo, a un’idea di resurrezione. Una qualche forma di perdono può avvenire proprio perché l’incontro è solo ciò che è già stato, che non potrà più essere e dunque per questo s’illumina di un senso che la vita in corso offusca rendendolo doloroso.

Un altro aspetto ricorrente in libri del genere è un’auscultazione sensoriale più raffinata: e cioè l’attesa o il desiderio di presenze, aure, minimi sommovimenti, smottamenti. Nel caso particolare queste presenze agiscono in quadri di una natura attiva, a volte in sottrazione, in distanza, altre volte propositive, in primo piano. Mi riferisco in particolare alla presenza degli uccelli e degli alberi.

Bellini sembra dire, insomma, per consolazione e necessario desiderio di consapevolezza, che in fondo non si muore mai da soli perché la morte è inserita nello svanire dell’altro, così come la vita è inscritta nella primavera degli esseri che per la prima volta si apprestano ad esistere. Ed esiste un’innegabile parallelismo tra gli esseri che per la prima volta si apprestano ad esistere e gli esseri che per la prima e ultima volta si apprestano a non essere: i due confini si toccano.

E infine: “per ogni ipotesi di bilancio”: la scrittura si ferma, ausculta se stessa, conosce il problema dell’essere che cosa, dove, perché. Così si vorrebbe che “lo scivolare nelle pagine”, fosse “un atto del perdono”, la richiesta di una “restituzione” suonando “un campanello”.

Cercare, trovare. Qualcosa, infine, avviene: “una leggerezza”.

Tutte queste esperienze riassuntive e speculative, inscritte nel fragile transeunte della vita, non risolvono, certo, il dilemma del perché si vive e del perché si muore ma, forse, semplicemente, lo incuneano più profondamente nella vita e nella naturalezza dell’abbandono.

*

D’improvviso, mentre cammino

mi accorgo di non avere la tua firma.

E’ un passaggio della mente

senza preavviso

perché tu capiti e abiti.

Inconsapevole il passo rallenta

cercando nella memoria un foglietto

un appunto conservato che porti

quel tratto elegante delle linee

l’alternanza di curve e spigoli

a definire un profilo che non trovo.

D’improvviso, mentre cammino

mi accorgo di non avere

il tuo nome

scritto da te. Scrivere

è il verbo che ti perde.

p. 82

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