Alessio Vailati sull’ultimo libro di Marco Bellini

LA COMPLICITÀ DEL PLURALE,

di Marco Bellini, Lietocolle 2020

 

La complicità del Plurale” (LietoColle, 2020), ultima raccolta del poeta lombardo Marco Bellini, affronta uno dei temi cari alla letteratura e alla poesia di tutti i tempi: la perdita di un familiare, in questo caso del padre. E lo fa articolando il discorso in due capitoli “La carne in prestito” e “Voce del verbo” che si pongono non tanto l’uno in successione con l’altro, quanto piuttosto su di un livello verticale, dove appunto il primo – di carattere più breve ma generale e universale- introduce e origina l’altro (quasi ne fosse il principio formatore) e contemporaneamente lo contiene.

Già dal titolo del primo capitolo “La carne in prestito”, che consta di dieci testi poetici, Bellini indica i due elementi portanti della sua riflessione. La carne è, infatti, la materia fisica di cui è composto l’Uomo ed è generalmente caratterizzata da un senso di caducità, essendo soggetta all’erosione da parte del tempo e degli agenti atmosferici e patogeni. Il concetto di prestito aggrava ulteriormente la precarietà nei termini precedentemente espressi. Possiamo pertanto già intendere il senso del titolo dell’intero libro che ci indirizza verso l’idea di complicità, ovverosia una compartecipazione (del lettore ma estendibile a tutto il genere umano) che lega e stringe astrattamente a sé una pluralità di persone. “Una alla volta le vorrei chiamare” (p.17), inizia Bellini elevando quasi un’invocazione irrealizzabile alle vite passate, con quel verbo al condizionale che anticipa al primo cenno la illusorietà di quel desiderio.

Su queste premesse si innesta il più corposo “Voce del verbo” in cui il verbo può essere inteso come enunciato di un’azione (in questo senso, a chiusura di diverse poesie leggiamo: “Parlare/è il verbo senza voce”, p.47; “Questa sera precipitare /è il verbo che ti appartiene”, p.49; […] Dissodare/è il verbo che manca, p.53) ma soprattutto nel significato di verbum cioè parola, la parola scritta e quella poetica in particolare, a cui Bellini demanda il duplice compito di sondare il mistero della vita e di fissarne la memoria e il ricordo (“Qualche volta bisogna saperle buttare/sul foglio le parole e poi guardare/che macchie fanno/lo sfrigolio dei verbi/il modo”, p.31). Da questo momento il viaggio si fa individuale, la partecipazione emotiva più intensa e avvolgente, scandita nelle tre sezioni “Trovarsi nel rumore della ghiaia”, “Dal giardino scomposto”, “La misura di un gesto lasciato”.

La prima sezione “Trovarsi nel rumore della ghiaia” è probabilmente quella più drammaticamente emotiva in quanto rievoca il dolore per la perdita con cenni diretti al luogo della sepoltura, con quel rumore della ghiaia spostata dai passi di chi nel cimitero fa visita ai suoi defunti. Ed è il rumore che Bellini sceglie come sottofondo alla seconda parte della raccolta, quel frusciare intenso e presago che ci accompagnerà fino alla fine (“il rumore della ghiaia traccia la mattina;/ è un rituale al posto della colazione/ le due tazzine composte/ si stava vicini”, p.39). Ma è anche il luogo in cui ritorna alla mente la malattia, la sofferenza del caro, la lenta presa di coscienza dello spegnersi della vita, come se fosse soltanto questione di (poco, sempre meno) tempo.

La seconda sezione “Dal giardino scomposto” scava invece in profondità nel ricordo come a voler portare alla luce, nostalgicamente ma senza scadere nel sentimentalismo o nel planctus, la vita che è venuta a mancare. Perché la vita non è soltanto una questione di respiro e pulsazioni ma è quel legame, quella connessione invisibile che lega persone, vicende, luoghi, oggetti e parole. Il luogo è rappresentato principalmente dal giardino, dalla terra, dai campi e necessariamente dalla fatica del lavoro (“da settimane metteva arbusti irregolari/una spinta incontrollata; osava di più”, p.53 e “anche tu hai scritto/con molte ore di lavoro/e dei campi”, p.55 e “Dentro casa l’orto. Dentro/gli anni di un padre mischiati alla terra/a fili di cornetti, macchie di pomodori/insalate ogni anno sempre uguali, p.58).

Nell’ultima sezione La misura di un gesto lasciato, la riflessione riacquista una prospettiva più ampia, probabilmente più distaccata e racconta del dopo, della rielaborazione del dolore e di riflesso parla di quelli che sono rimasti (“per contare due genitori/mi tocca sommare vivi e morti”, p.78), del loro pensiero, delle loro azioni (“D’improvviso, mentre cammino/mi accorgo di non avere la tua firma./È un passaggio della mente/senza preavviso/perché tu capiti e abiti”, p.82) quando l’assenza si è cristallizzata in un nuovo equilibrio, una nuova misura (la misura alla fine è un confronto) quando il pensiero si apre a interrogativi di più ampio spettro e allora sì che si vorrebbero richiamarle una alla volta, le vite passate.

Il movimento creato da queste sezioni è impresso dal succedersi di tre momenti facilmente distinguibili e che si sviluppano con una omogeneità di stile. Il verso, come in tutta la raccolta, resta impregnato della riflessione, si fa quasi dialogo sommesso e intimo, riepilogo di una esperienza dolorosa. E sovente la conclusione delle poesie prende in esame, con la solennità di un’epigrafe, un verbo all’infinito.

Il percorso complessivo è quello di un viaggio meditato, una riflessione matura sulla morte e quindi sul senso della vita. Ciò che è stato, ovverosia un passato non ancora troppo remoto, attraverso la memoria, richiama continuamente il presente, quasi a reclamare simbolicamente una nicchia in cui continuare a essere. Allo stesso modo il presente rievoca il passato, come per trattenerlo e assorbirlo. È proprio nel ricordo che le dimensioni temporali possono prodigiosamente sovrapporsi e coincidere. Nel caso di “La complicità del plurale”, soprattutto in Voce del verbo, è il tempo del microcosmo familiare a proiettarsi e concentrarsi nella parola poetica, a oscillare fra il senso di vuoto originato dall’assenza e la necessità di cercare/trovare il segno imperituro di “quel che non è più” nelle cose di sempre (siano oggetti o situazioni). E uno dei richiami più suggestivi è quello dell’appartenenza alla terra, legata alla natura, ai suoi cicli, al lavoro faticoso, alla condivisione di momenti che paiono concretamente irripetibili ma anche a una dimensione differente, calibrata sull’altrove e sulla fragilità del corpo, ossa carne nervi. Resta, alla fine, quel sapore dolceamaro di una parola che, ripercorrendo nel ricordo i momenti andati – a volte più sereni- fa comunque i conti con l’irreversibilità e l’ineluttabilità degli eventi.

Alessio Vailati

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