Giancarlo Baroni, Svaniscono le cose …

Giancarlo Baroni, I NOMI DELLE COSE, puntoacapo2020

Si riconosce, nell’opera di Giancarlo Baroni, l’operato di una musa della nomencaltura – si vedano i suoi precedenti libri, “I merli del giardino di san Paolo e altri uccelli”, “Le anime di Marco Polo” – con una declinazione verso il racconto per tratti minimi, imbastito su unità episodiche di natura metaforica.

Così in questo nuovo libro, il titolo ci segnala l’idea di un elenco del reale praticamente infinito, fatto di nomi, parole e cose nominate con l’esattezza dell’esploratore, nel tentativo di fissare ciò che per sua natura è labile: “Da domani sarà proibito / chiamare le cose in un altro modo.” p. 9.

In questo senso la poetica di Baroni soffre di un desiderio di colmare un vuoto significante, in quanto non sappiamo esattamente se il numero delle parole sia inferiore alle cose che denotano o se le cose si annidino nello sconfinamento di una bulimia universale praticamente infinita.

Kangarù

Kangarù risponde all’esploratore

che gli domanda il nome

di quel buffo animale saltellante

Kangarù ripete non capisco.

p. 10

Se la cosa è la cosa, è vero anche che le parole la traducono e la traspongono nella realtà di uno specchio riflettente, di un procedere per quadri episodici vagamente estraniati.

Si legga la prima sezione, la più riuscita, in cui il racconto, un po’ misterioso, ci porta verso l’epopea di conquistatori e conquistati, di cacciatori e cacciati, di assediati e assediatori; di mondi esplorati costretti ad aprirsi alla nominazione dei nuovi padroni.

Assediati

Pronti a trafiggerli

con le frecce dagli spalti

a ustionarli di liquidi bollenti

scorte di cibo abbondanti. All’improvviso

piove il corpo di un appestato

lo scagliano con una catapulta.

p. 15

Come se il problema riguardasse l’assedio a una parola ancora vergine, al suo senso.

E si legga poi come nell’ultima sezione, “Le trappole di Rauschenberg”, Baroni si aggrappi a una descrizione vis a vis che non distoglie l’occhio dal soggetto – minima è la distanza tra lo spettatore e il quadro che osserva – .

Anche in questo caso, rilevata la dimensione metaforica e dislocata dell’esperienza: “Muffe grumi crateri incandescenti / alla deriva i continenti scoprono / accordi propozioni (Burri)”, p. 120”, la conclusione rimane quella dell’inizio:

Le trappole di  Rauschenberg

Aggiungo realtà al colore

sporge il pane dal dipinto

i fogli di giornale che l’incartano

e parlano delle cose. Occhio

occhio al chiodo che ti punge

al vetro che riflette

le tue esperienze. Tocchi per credere

sei dentro al mio quadro.

p. 121

La realtà, insomma, trabocca dalla sua stessa realtà, ponendosi come una musa carnalissima dei fatti esperienziali – ogni cosa non può che ritornare alla sua natura di terra, di fatto transeunte –

Mondrian

Svaniscono le cose, per nome

insisto a chiamarle

(fari mulini alberi meli

fioriti) do alle cose un titolo dopo

nemmeno quello. Restano

le forme orizzontali rette quadrati

che nascono nel vuoto e lo incorniciano.

p.109

Il libro di Baroni, nelle sue “diserzioni” centrali, sembra voler esplorare altre strade, approfondimenti, indicazioni, forse, di altri lemmi: la morte, i suoi riti e la sua archeologia; l’amore e le donne… un certo svagare tematico che ci riporta a una leggerezza caproniana, soprattutto nelle due sezioni “Siete voi che amiamo, “L’amore ha la stessa verità”; sezione, questa, in cui la musa della nomenclatura finisce per scomodare personaggi della letteratura in forma di piccoli monologhi; un dizionario letterario minimo delle forme dell’amore, tra serietà disillusa e gioco divertito. Il dizionario infinito, insomma, si allarga anche alle cose leggere e vaganti, all’indefinibile esperienza della forza primordiale.

Amleto

In ogni cosa convive il suo contrario

dunque l’amore contiene il disamore.

Forse alla fine concluso l’inventario

saprai fra i due chi è stato il primo attore.

p. 82

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