Luigi Cannillo sull’ultimo libro di Marco Bellini

Misurare la separazione
La complicità del plurale di Marco Bellini, LietoColle, 2020

Una alla volta le vorrei richiamare
da dove non so. Prenderle dal vento
o dall’ultimo raggio chino dentro una serratura.
Solo un’impressione
di quelle vite passate. Richiamarle
dall’odore della polvere o dal riflesso
di una galassia nella pozzanghera
per una giusta attenzione
un disturbo consentito.

Di là, forse, il dispetto
come per un numero sgradito sul cellulare.

Già la prima poesia di La complicità del plurale si avvicina al tema della morte con un fronte esteso e profondo e ampliando da subito l’orizzonte: quello delle vite passate e, quasi contrapposto, nel tentativo di dialogo, quello delle vite presenti, ancora sopravvissute. Dal punto di vista anche strettamente formale il testo iniziale sopra riportato può essere considerato un modello della raccolta, negli scarti tra verso e verso e tra strofa e strofa, o in alcune concordanze di suono, come la rima che ricongiunge primo e ultimo verso, richiamare/cellulare: un segnale tra sentimenti antichi e oggetti d’uso del contemporaneo. Ma soprattutto nel tono misurato e disincantato. Il grande tema della morte si declina successivamente, tra quelle vite passate, nella figura del padre, una delle tematiche che hanno ispirato versi memorabili della poesia italiana, da Sbarbaro a Quasimodo, da Saba a Cattafi a Raboni, spesso ispirati alla figura del padre morto, originati quindi da una frattura, un mancare.
Nella raccolta di Bellini l’incontro con tale assenza si articola già a partire da una prima sezione ricca di concretezza realistica e di tagli espressionisti e già dal titolo “La carne in prestito” e si sviluppa nella seconda “Voce del verbo” e con le sue sottosezioni – la tematica del rapporto tra l’Evento e la Parola. Il cuore della raccolta, e a mio parere il punto più alto, sono le due parti centrali “Trovarsi nel rumore della ghiaia” con le fasi della malattia e della morte, e “Dal giardino scomposto”, in cui lo spazio della coltivazione, del fare, rievoca la figura paterna nei gesti quotidiani del lavoro nel suo orto/giardino assurti a momenti simbolici del coltivare, raccogliere e donare. La quinta parte, “La misura di un gesto lasciato”, si cala nel conto aperto dalla morte del padre, l’eredità e il dono lasciati dalla separazione. Se la perdita del genitore è di per sé origine di una forma di orfanità, in particolare nel rapporto tra padre e figlio la perdita assume spesso le caratteristiche di una eredità diretta, di una identità tramandata da uomo a uomo, se non una forma di identificazione/ammirazione (o talvolta, all’altro estremo, di insanabile dissidio):
“Ci pensavi alla morte/ mentre guardavi il giardino rimasto/ di là dal vetro? Aveva conosciuto/ le tue mani, i nodi del lavoro. / Da settimane metteva arbusti irregolari/ una spinta incontrollata; osava di più/ prendeva l’aiuola che sembrava cercare/ come un figlio distante/ le cure di una zappa o una parola/ per un pensiero da dissodare. // Ogni foglia sapeva/ che saresti partito. Dissodare/ è il verbo che manca.”
La perdita – già nella consonanza tra i sostantivi foglia e figlio – è quindi modulata anche formalmente in modo ampio tenendo conto anche di singoli testi in corsivo, come quello della sezione “Voce del verbo” e quello conclusivo scritto in orizzontale. Attraverso unità liriche tese ed essenziali oppure con forme di dialogo, di monologo, descrizioni, momenti di prosa oppure scarti discorsivi. Le diverse modalità sono tutte saldamente improntate dal tono sobrio e antiretorico, dalla misura che rappresenta il tragico senza esclamazioni, senza sottolineare il dolore, ma riconducendolo a una legge destinale che ci riguarda tutti e per la quale il figlio riceverà il testimone dal padre che si è spento, e in quella scintilla gli sopravviverà. La sobrietà è presente già nel titolo, che in un certo senso compie un passo indietro rispetto alla possibile tragica incandescenza del tema: la complicità del plurale è quella del rapporto tra padre e figli, al di là delle singole identità, lo è nella continuità biologica e ideale.
La poesia di Marco Bellini ha ben presente la lezione della Linea Lombarda, ma la rielabora in modo personale. Nella concretezza e nella profondità, nei riferimenti alla materia, agli oggetti, ai momenti del quotidiano, nell’atteggiamento antiretorico, nei risvolti di disincanto e perfino nelle sfumature di amara ironia. In lui emerge una laicità di fondo che rielabora momenti anche sacrali in gesti comuni. A volte le dinamiche legate al corpo si spingono anche verso una cruda essenzialità, incastonando immagini potenti: “questo muro impastato d’ossa dove le preghiere/ tengono su il cemento”, “tutto si muove/ compresa la tua carne ferma”, “sperma di nulla nel vento/ / poi deposto appena/ all’ancora della vita”. O in figure di particolare limpidezza: “così che un’orma piccola/ trovi casa/ dentro un’orma grande”, “[…] non si capiva/ se stanza e morte già si parlassero”, oppure in concatenazione, come nell’intera sequenza di una unica poesia:

Ancora il giardino. Sarà che ti somiglia
che tutto ti contiene dove sei stato:
il nocciolo ti faceva da ombrello
sopra l’ombrello. Accoccolato
i talloni piantati nel richiamo della terra
ascoltavi la tua voce da bambino, i rimasugli
delle fughe per non bagnarsi
quando la vita ti entrava dalle pupille
accendeva le tue possibilità
fermate ora
come lo spegnersi di un vecchio televisore.

Era anche un po’ aspettare,
questo il verbo per la pioggia,
mentre tutto ti conteneva, definitivo
tra l’ombrello e l’ombrello

di te e i talloni.

Le forme diventano sostanza e suo disegno, come nel raddoppio della forma protettiva dell’ombrello che si declina dall’albero fino ai talloni, riprendendo il meccanismo dell’orma più piccola all’interno di una più grande. Il ciclo della vita ruota dalla cima dell’albero alla terra sotto i talloni. E il bambino che era il padre si rovescia ora nel figlio ormai divenuto adulto. Ma se la terra è magnetismo all’interno di un processo vitale la stessa terra finisce per richiamare a sé il corpo, seguendo la legge di gravità, con la morte. Là dove si realizza il ritorno all’origine nella dissoluzione della materia.
Il corpo è considerato nei suoi elementi essenziali, la carne e le ossa, e ancora: unghie, cicatrici, sperma. Ma questa evocazione non è una affermazione di vitalismo, e non è nemmeno circoscritta al solo elemento fisico. La riduzione all’elemento essenziale ha lo scopo di preparare il male e la morte e, allo stesso tempo, considerarli come una conseguenza inevitabile di un percorso insito nella vita e nella materia. Così si presentano le avvisaglie del male, si preparano i rituali per la fine e si rielabora il lutto. E per chi scrive poesia resta la responsabilità della parola che sappia parlare della fine e la percorra, che sappia descrivere il dolore e non ne resti sommersa, così come il figlio si assume la responsabilità di essere diventato orfano e contemporaneamente patriarca.

E così smetto di parlarti.
Capisco che basta nel bilancio
avendo misurato ogni tuo gesto versato
sulla vita che mi hai dato.

E così spingo in avanti ciò che sono
mi ritrovo io, padre inquieto
collocato in un tempo
che sta più in là
ma non per questo privo di sentenze.

E così tutto è rovesciato.
Mi serve un colpo di tosse
schiarire le corde per vibrare
scuse dovute.

Così si è compiuta la separazione. Resta la complicità a cui allude il titolo. La “misura” è duplice: nel riserbo dell’espressione, nella essenzialità dei gesti, in una cultura che pesa le parole dette anche tra padri e figli. Si diceva prima: nel tono. Ma dall’altro lato è una misurazione, attraverso la poesia: la ricognizione all’interno di un evento cruciale, una verifica, la bozza di un bilancio, e anche la previsione di “un tempo / che sta più in là” e che ci attende come figli. Ma “il mistero della fine” rimane anche per i sopravvissuti, e non si può misurare un mistero: la sua natura lo colloca nell’incalcolabile. Così misurare diventa un fatto eroico, anche nella poesia così sobria di Bellini: diventa, malgrado tutto, la testimonianza di una parola che misura l’incommensurabile.

Luigi Cannillo

*

Un’altra recensione a cura di Piero Marelli

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