Mario Fresa su INFANZIA RESA

Mario Fresa, POESIA 353, Novembre 2019

Tornare alla stupita e incredula dimensione dell’infanzia, teatro della speranza luminosa e della pura e assoluta immediatezza; e poi donare, al proprio essere, l’eco di un’alba rinnovata, in cui perfino il nome – dunque l’identità; l’esserci; il peso dell’io – possa, nel felice recinto di quella intermissione della volontà, dolcemente svanire e tramutarsi in uno spazio aperto e germinante; e in una continua dimensione circolare di annullamento e di germogliazione, di sparizione e di rifioritura. Ecco le profonde – riconfortanti e inquiete, allo stesso tempo – direzioni verso le quali si muove l’ultima raccolta di Sebastiano Aglieco, Infanzia resa, (ospitata nella bella collana “Radici” di Gabriela Fantato). Il titolo è bifronte e mobile e custodisce una emblematica forma di anticipe mistero: il poeta, infatti, annuncia con esso la resa (cioè l’arresa), diremmo l’amorosa capitolazione da parte della greve, disillusa stagione della maturità in favore del mondo altro, atemporale e magato, dell’infanzia; ma pure manifesta, con quella stessa parola, il segreto desiderio di augurare, a chi sappia abbandonarsi, una restituzione dell’infanzia stessa; come una sorta di affettuoso risarcimento. Il poeta, dunque, si fa dolce e paziente pescatore di un tesoro sepolto e ritrovato: e questo gioco di arcano ripescamento diventa, a poco a poco, una vera palingenesi che assume, fruttuosamente, le aspre sembianze di una crisi, di una densa lacerazione che a un certo punto azzera, destituendola, la stessa identità dell’uomo tornato infante; e così l’io, lo stesso nome, si sgretolano e precipitano in una dilatata, fatata sospensione entro la quale le differenze, la distanza, la ferita acutissima tra l’io e il mondo sono assolte, rimosse, obliate, nel segno di una paradossale sparizione vivificante: “Rinuncia, rinuncia al tuo nome / e io ti darò il vero nome / perché non ha timore / il nome che nega la morte”. La stessa forma della poesia si fa strumento di abbandono e di rigenerazione, di dissoluzione e di risveglio; e si fa pure sineddoche della misteriosa e incontrastabile ciclicità dell’esistenza. Il poeta, allora, secondo Aglieco, si configura come “il guaritore ferito che guarisce”. Impossibile non pensare alla meravigliosa figura del pescatore: straordinario simbolo “di natura riproduttiva, sacrificato – sotterrato, affogato – per essere poi fatto risorgere simbolicamente – disotterrato, ripescato – dalle acque, come pegno della vita sulla terra” (A. Serpieri). Ed ecco: in questo modo, il poeta-re peccatore (afflitto dalla pesanteur del proprio io, del proprio egoismo) si trasforma in poeta-re pescatore: egli pesca ( o meglio, ripesca) sé stesso, il suo spirito: rinascendo, dimenticando sé stesso, e risorgendo come altro da sé dalle acque delle bassure del suo cieco egoismo; recuperando, infine, la sua antica identità di fragile e puro infante; fragile perché non più vanaglorioso o crestoso; puro perché aperto e disponibile all’amore e alla condivisione, alla fratellanza e alla compassione. Poesia intenzionalmente ( e dolorosamente) etica, quella di Aglieco, in cui l’incontro con l’autentica realtà – la realtà dell’essere, non dell’avere; la realtà del donare e dell’abbandonarsi, non del possedere – è possibile soltanto nei disarmati e limpidi confini dell’auto-cancellazione e, dunque, nel recupero dell’infanzia, del suo stupore sorgivo. Soltanto in questo “sonno” dell’ego sarà possibile il risveglio dello spirito; e solo nell’ottica di quell’estremo auto-disarmamento sarà possibile, forse, disegnare una finale ipotesi di potente rinnovazione e di totale, benché momentanea, salvifica trasfigurazione: “Quale mia anima redenta sarai tu, albero? / Quale voce liberata nelle mie parole? (…) Se siamo qui, io e voi / è solo per celebrare questa resa alla vita”.

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