L’URGENZA DELLA POESIA 8

8
Emily Dickinson

 

La “Speranza” è quella cosa piumata –
che si viene a posare sull’anima –
Canta melodie senza parole –
e non smette – mai –

E la senti – dolcissima – nel vento –
E dura deve essere la tempesta –
capace di intimidire il piccolo uccello
che ha dato calore a tanti –

Io l’ho sentito nel paese più gelido –
e sui mari più alieni –
Eppure mai, nemmeno allo stremo,
ha chiesto un briciola – di me.

1861

 

SPERANZA

Emily vedeva il mondo dalle finestre della sua stanza. Il suo orizzonte, così come il colle di Leopardi, era lo steccato del giardino. Visse reclusa fra queste quattro mura per scelta. Vestiva di bianco, come una sacerdotessa. Non parlava, Emily, ma sussurrava. Sussurrava ai bambini che, uno alla volta, venivano accolti nella sua camera.
Leggeva, leggeva e scriveva. Non riempiva quaderni ma foglietti, più di 1700, che poi riponeva in una cassapanca dove furono ritrovati.
Scriveva brevi poesie, che, a parte pochissimi componimenti, furono pubblicate senza più censure e rifacimenti soltanto nel 1957. I suoi le avevano censurate, perché erano poesie troppo moderne e a volte troppo libere per l’epoca.
Perché faceva così Emily? Quale malattia abitava la sua testa? Era un desiderio di libertà il suo, o una sconfitta? E si può essere liberi standosene chiusi in una stanza per quasi tutta la vita?
Tu come ti senti quando ti chiudi nella tua camera davanti al computer? Hai desiderio di isolarti dal mondo? Hai desiderio di entrare in un altro mondo? Come per Emily, è un desiderio di libertà o di protesta? O di sconfitta? Credi che il mondo, almeno questo mondo, non valga la pena di essere vissuto? Qual è ora, la parola chiave: libertà o silenzio?
Emily si sentiva libera in questo suo silenzio forzato? Perché, allora, scrive un testo dedicato alla speranza, se speranze non ne ha?
Oppure: se tu ti senti libero nella tua piccola stanza, libero di viaggiare e di andartene con la testa, non credo tu abbia bisogno di sperare alcunché!
Emily descrive questa speranza come una cosa piumata che vola, che si viene a posare sull’anima e canta, canta senza parole. Di che cosa è fatto un canto senza parole? Della stessa sostanza del silenzio? Un silenzio necessario, di cui, a un certo punto della nostra vita, sentiamo un urgente bisogno?
Questa speranza, però, per essere necessaria, deve conoscere la deprivazione della tempesta, il paese più gelido, i mari più alieni. Non ci può essere speranza se non c’è deprivazione e desiderio.
Emily, caparbiamente, si ostina a sostenere che mai, nemmeno una volta, la speranza ha bussato alla sua porta,

ha chiesto una briciola di me.

Ecco un pensiero che non capisco, che mi lascia attonito. Che cosa vuol dire veramente Emily: che lei non ha bisogno della speranza? Che la speranza riguarda solo gli altri perché lei sta bene così, protetta fra le sue quattro mura?
O forse c’è malinconia in questo dire – neanche una briciola di me… non mi ha degnato di un solo sguardo – … e allora ci chiudiamo nella nostra solitudine, vaghiamo col pensiero, ci creiamo illusioni, mondi dove viaggiare e sentirci liberi…
Ecco, allora, la domanda dell’inizio: perché, Emily, ti sei reclusa nella tua stanza per tutta una vita?
Perché, ragazzo, vuoi imitare Emily?

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