Pasquale Vitagliano: Del fare spietato

Sul numero 115 della rivista IL SEGNALE, è uscita questa mia recensione :

Pasquale Vitagliano, Del fare spietato, ArcipelagoItaca 2019

Albeggia la tua poesia in questo vicolo cieco / Senza riuscire ad andare oltre le mura dell’ora d’aria”, p. 67.

L’impasse in cui si trova il poeta è quello di scrivere poesia senza riuscire a cambiare il mondo: “Ti illudi di dare forma alle cose del mondo / Di questo passo finiresti per perdere il senno”, p. 54.

La conseguenza è la reiterazione dello scrivere, “Scrivo sempre la stessa poesia”, p. 63, la masticazione, fino al sentimento del dolore, delle contraddizioni del mondo nella casa del proprio corpo, a volte percepito, per resistenza, come entità chiusa e conchiusa, altre volte come casa senza porte né finestre, sfondata dall’incedere prepotente dell’altro, dal suo dolore, dalla sua richiesta di senso: “Tutto è riflesso sulle trasparenze e dilaga / Senza permesso sopra i nostri scavi”, p. 68; “Dov’è andata la realtà se chiudo gli occhi? / Non t’illudere. Resta là dov’era. / (…) L’unica vera immagine è stato questo noioso sforzo / Uguale da secoli di pensare che / La realtà non esista non esista il dolore la fame. / La vita stessa”, p. 65.

La forma della poesia, allora, è simile a un albero contorto, esposto alle intemperie, resistente per desiderio di vita, una cartina di tornasole delle ferite e degli assalti. La forma della poesia è un “fare spietato” come spietato è il fare del mondo.

Il libro di Vitagliano si costruisce, dunque, per accumulo di ragionamenti esistenziali, tra l’io e il noi, tra le pieghe di una “terra selvaggia” che “non si trova in Alaska” ma che “Invece sta qua lungo le catene di case / Sopra l’alito schiumoso dei vicini prossimi”, p. 33.

Un modo per scrivere poesia, sembra suggerirci Vitagliano, è un monologare incessante in cui le parole non sono più solo le nostre ma anche quelle degli altri. Non un parlare in nome degli altri come un coro, ma per brandelli, per lacerti di discorsi che, considerata la superiorità della vita sulle parole, non portano da nessuna parte. La realtà stessa non è mai vista come un corpo unico che si opponi o che dialoghi, ma come un paesaggio franto, contraddittorio, fatto di presenze e di rientranze, di forze che potrebbero improvvisamente implodere o esplodere.

Insomma, lo sguardo del poeta tutto fa tracimare o sorgere, e non con l’intento che la poesia possa riscattare qualcosa, dare dignità, gioia, gloria, ma solo affondare dolorosamente, regalandoci la visione di splendenti corpi deformati.

Anche questo mare è privo di onde (…) / Di colpo è diventato opaco denso fitto / Quasi una lastra una pellicola che rifrange /(…) Tutto il resto è diventato scarto senza resistere”, p. 62.

Sebastiano Aglieco

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