Lucetta Frisa: quando i poeti sbottano

Lucetta Frisa, CRONACHE DI ESTINZIONI, puntoacapo 2020

Che succede quando i poeti sbottano? Non ce n’è per nessuno. Sbottò il compassato Mario Luzi in pochi ultimi versi mediocri ma necessari. Sbottava il padre Dante in versi che oggi avrebbero fatto scattare qualche denuncia.

In genere i poeti vanno dritti per la loro strada, correndo il rischio che pochi, o pochissimi, leggano; però, nello sfondo della loro scrittura rimane il mondo, la violenza della Natura, lo scandaloso silenzio di Dio, i surreali teatrini degli uomini. Quando i poeti rivolgono gli occhi verso il mondo, le loro parole possono diventare caldissime, oggetti taglienti, e ad ascoltarle ci si può fare parecchio male.

Ecco, dunque, questi versi di Lucetta Frisa, “lezioni morali”, li definirei, con pochissime metafore e immagini che procedono calmissime, ma come carri armati. E’ come se Lucetta Frisa si fosse girata improvvisamente verso la finestra del mondo mettendosi a contemplare lo sfacelo, la futura apocalisse, la perdita, il disappunto, l’amore.

Mentre le sue parole si scrivono quasi da sole, la Bellezza dolorante declama le sue nobili melodie in sottofondo, nella nostalgia del perduto, nell’accento di una auspicabile purificazione spirituale.

La Bellezza, dunque, non abita il mondo? Lo guarda dal limitare della finestra?

Lascia la spina

cogli la rosa

tu vai cercando

il tuo dolor.

 

(Handel, citato)

 

Già, perché questo fa l’uomo: si punge, cerca il dolore, quasi per istinto. Nell’ultimo testo del libro, Lucetta Frisa chiude la finestra. La stanza si fa buia. Il poeta ritorna alla sua concentrazione. Il mondo dietro la finestra, ancora per poco. I ponti crollano, gli uomini costruiscono nuovi ponti, il poeta vive, compone versi, oggi, domani, ieri, sempre: “Solo quello che è ancora da fare è eterno”.

E’ dal buio che scrivo.

Le parole ad una ad una escono alla luce, prendono un corpo,

sfavillano. Legano te a me.

Se le cancello

rientriamo nel buio.

Ma il ponte crollato

non esiste più.

Ne rifaremo un altro, dicono.

Comporre un verso o un ponte

è strutturare

la vibrazione di una colonna vertebrale

sognare

ancora un nesso

perché le parole con le macerie non restino

inerti strumenti sul fondo.

Ciò che è compiuto appartiene subito al regno dei morti.

Solo quello che è ancora da fare è eterno.

5 commenti

  1. Egregio Aglieco, ricevo via mail COMPITU RE VIVI, volevo solo avvertire che anch’io scrivo poesie e con buoni riscontri mediamente Buona giornata Gianfranco Isetta

    ⁣Ottieni Posta per Android ​

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  2. Ti ringrazio molto caro Sebastiano. Si. è vero, sono davvero sbottata! Mi sono lasciata andare ….liberissimamente, ho scritto queste poesie quasi d’un colpo solo…Il mio libro più alieno.Un carissimo saluto

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  3. ci sta… i poeti in genere si tengono i groppi per sé ma non sempre va bene. Sebastiano

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