Saragei Antonini: a casa è chìddu ca si…

Saragei Antonini, A Virìna, Salarchi Immagini 2019

Conosco da tempo la poesia di Saragei Antonini, autrice siciliana assai appartata, alla sua prima prova in lingua siciliana.

E vorrei subito dire, come mi è capitato in altre occasioni, che la sua poesia condivide con altri autori di quell’area dell’isola, e non solo, i tratti di una leggerezza surreale, nello sfondo di un bianco dove le immagini si costruiscono per afasie e approssimazioni, collages di parole sensibilmente affiancate. Una lievità che, tuttavia, non è puro gioco, ma “teatrino” dell’essere, omaggio alla nostra fragilità interiore.

Leggendo questo libro si capisce come i tratti della scrittura in italiano non vengano perduti ma focalizzati dalla puntualità e sfacciataggine del dialetto, poco importa se, nelle nota, l’autrice faccia riferimento a una lingua che “non è solo della città in cui sono nata / (Catania), ma anche incontro fra dialetti diversi”, p. 91.

In effetti la traduzione in italiano dei testi non si pone come operazione di servizio ma testo autonomo che rimanda al siciliano, come a voler verificare un sottotesto non espresso ma celato dietro il velo trasparente del teatro della vita.

La scrittura, insomma, ritorna ai luoghi e alle parole che negli anni l’hanno nutrita, confrontandosi con la tenuta delle immagini, costrutti sintattici e semantici.

Ne consegue una sorta di rimando costante tra l’una e l’altra lingua, una sorta di andare e venire di natura geografica, tra l’essere che verifica i suoi percorsi e l’essere che è.

Da una forma breve, epigrammatica e vagamente sapienziale dei primi testi, il libro approda per necessità inconfutabile, alla sezione centrale, “a virìna”, dove il gioco si fa serissimo e la scrittura sembra volutamente rinunciare alla lievità dello spaesamento.

Vertice della scrittura di questa autrice, “a virìna” è saldamente abitata da figure cariche di senso, quelle genitoriali, emerse da “questa parte dell’isola nera e lunare, infuocata”.

Su tutte, la nonna, portatrice, letteralmente, dell’oggetto/senso del libro “a virìna”, metafora concretissima di una condizione destinale al femminile, fatta di debiti non rimessi, di propositi e progetti, di indicazioni fragilissime di percorso.

A virìna” è la mammella, comprata al mercato dalla nonna, suggestione di una maternità staccata, ar/resa, eppure di intima condizione di sacello – impossibile non pensare alla santa, (Agata, protettrice di Catania) alla sua storia di vergine martirizzata per asportazione del seno -.

 

Quann’eru nica

me nonna tunnàva

ra fèra chìna ri sacchi

iù m’arrusbigghiàva ccù ìdda ca tunnàva

nà capeva

ìdda niscèva cànni

sancèli

ricèva accattai a virìna

u figatu

a iaddìna

mi ricèva veni cca

veni

e mi rapèva a iaddina

ppi farimi avviriri

l’òva mòtti c’avèva intra

mi ricèva manciatilli ca sunu bbòni

iù mi manciava e èrunu bbòni

mi parevunu càuri

stràni macàri

 

( Quando ero piccola / mia nonna tornava / dal mercato con tanti sacchi / io mi svegliavo con lei che tornava / non la capivo / lei usciva carne / sanguinaccio / diceva ho comprato la mammella / il fegato e la gallina / mi diceva vieni qua / vieni / e mi apriva la gallina / per farmi vedre / le uova morte che aveva dentro / mi diceva mangiatele che sono buone / io le mangiavo ed erano buone / mi sembravano calde / anche strane).

p. 62

 

Questa condizione al femminile ha a che fare con la cura, con la perpetrazione del divenire contro i muri di una storia che si ripete. Il racconto, insomma, sembra esau (d/r) irsi nel filum matriarcale nonna/madre/figlia.

 

Ùra ca lavu me màtri

trèmu còmu a idda

àiu a tèsta chìna ri sapùni –

tu mi sciddicàsti còmu tùtti i còsi

cchiù lèggia mi sentu

appa scuppàri –

cchiù lèggia sì.

 

(Ora che lavo mia madre / tremo come lei / ho la testa piena di sapone – / tu mi sei scivolata come tutte le cose / più vuota mi sento / devo essere scoppiata – / più vuota sì.)

p. 72

 

Quando il libro si riprende, leggiamo quadretti minimi di lievi storie di contemplazione dell’essere in natura. Il dolore, insomma, si è nuovamente ritratto.

E’ ‘na lacrima

stu tannìcchia ri lùstru

ri luna

ca tràsi ‘nta stanza

chìdda ùnni pàri ca ròmmu

e ‘nvèci arriminu.

 

(E’ una lacrima / questo poco di luce / di luna / che entra nella stanza / quella dove sembra che dormo / e invece rimesto.)

p. 79

 

Ogni cosa è piccola, noi siamo piccoli nelle cose, le cose in cui ci rifugiamo e se la casa crolla è perché siamo crollati noi.

 

A casa è chìddu ca si

nun sunu ‘sti mùra

nun sunu tutti ‘sti pòtti e ‘sti finestra

nun è a vùci ca ti salùta quannu tràsi o nesci

a to’ casa nun accumincia màncu ro putticàtu

nun è a lùci c’addùmi

o chidda c’astùti

nun sunu i schìgghia

nun è priparariti ri manciàri –

a casa si tu

e sulu tu

si ppòi a casa ti casca ri ‘ncòddu

è picchì trimasti e ti scantasti ri tìa.

 

(La casa è quello che sei / non sono queste mura / non sono tutte queste porte e queste finestre / non è la voce che ti saluta quando entri o esci / la tua casa non comincia nemmeno dal portone / non è la luce che accendi / o quella che spegni / non sono le urla / non è prepararti da mangiare – / la casa sei tu / e solo tu / se poi la casa ti cade addosso / è perché hai tremato e ti sei spaventato di te.)

p. 82

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