Stefano Strazzabosco: la realtà dentro la conchiglia di un nautilus

Stefano Strazzabosco BRODSKIJ, Il ponte del sale 2019

Si ha l’impressione, leggendo questo libro, di uno spaesamento geografico, un andare e venire da diversi punti dello spazio come se non si sapesse più dove voler stare. Oppure, diversamente, la dichiarazione tra le righe, di una ormai avvenuta dilatazione dei confini, spazio e tempo – sicuramente “lingua”, un’intera sezione del libro è scritta in spagnolo, seconda lingua di adozione di Strazzabosco -, ma si può anche leggere un testo in inglese senza traduzione.

Si potrebbe pensare, dunque, a carte nautiche in cui tracciare nuovamente traiettorie di senso. Così, per stabilizzare il testo, occorre soffermarsi sull’immagine di copertina – le gradinate e la scena del Teatro Vitruviano disegnato da Andrea Palladio – e leggere la parte finale di un testi intitolato

BANDINI

Fernando Bandini, con moglie, figlio e figlia. La bocca della figlia sembra il becco di una cocorita, quasi senza labbra. Il figlio scrive poesie che Fernando ricorda e recita a memoria. Però la voce non gli esce. Siamo a casa sua, dopo pranzo. Il figlio, che non è con noi e che chiamiamo Marco, Gigi, Paolo (perché tanti nomi?), è geloso delle sue poesie. Sua sorella intanto è sparita. Scendo in cortile per buttare la spazzatura, ma quando faccio per risalire non trovo più il portone della casa. Adesso anche il condominio, però, pare un altro: per la prima volta mi accorgo che si tratta della struttura di un teatro romano: vista di lato, come in sezione, mostra grandi arcate a più piani, come una chiocciola o un nautilus di intonaco e mattoni. Allora Fernando vive dentro una conchiglia fossile?, mi chiedo andando via da lì.

p. 87

La poesia, dunque, riassume lo spaesamento, declinandolo in immagini surreali, ma anche cerca di bloccarlo nella visione di una costruzione “metafisica” del concreto, un substrato del reale che si palesa in funzione necessaria di “teatro”. Il poeta vive dentro una conchiglia fossile, come tutti noi.

Ancora un teatro:

BRODSKIJ

Stasera ho visto Brodskij, a teatro:
guardava lo spettacolo e ogni tanto
sussurrava anapesti
all’orecchio di un topo.
Terminata la recita
mi sono alzato anch’io; poco dopo
hanno spento le luci
e il teatro era vuoto.
p. 49

L’aspetto surreale, dunque, attraversa tutto il libro, enfatizza il grottesco dell’esistere in cui ogni cosa, per essere, non deve dimenticare un necessario non essere; un essere archeologia di noi stessi.

Formalmente, il testo sembra cercare nel suo interno, un equilibrio di forme e di temi, accettandoli tutti e organizzandoli secondo una struttura che svaria e si poi blocca; si vedano, ad esempio, le prose finali che suggellano la conclusione di quasi tutte le sezioni; si veda il tono elegiaco, musicalissimo, di molte poesie, o l’impegno civile di molte composizioni, fra tutte quella dedicata alla morte di Pasolini; “Piangere voglio Pasolini ucciso / con la camicia a righe all’Idroscalo, / un giorno di novembre in un esilio / di fango, sangue, merda, sabbia e un palo /di calcestruzzo armato contro il viso / di un poeta indifeso: perché ammalo / di morte nera se non parlo e dico / chi era il suo, chi era il mio nemico”, p. 68.

Affetti: “Ho toccato con la mano la tua morte: / era una cassa chiara / nella tua stanza aperta, senza porte // I gigli bianchi sopra il legno grezzo / somigliavano a te / come l’intero che assomiglia a un pezzo / o la corona al re // la tua casa era piena / di nessuno e di niente / c’era un sacco di gente / ci si muoveva appena”…(dedicato a Pierluigi Cappello)

p. 79.

Ricordi dell’infanzia: “Guardo le foglie dell’araucaria / coprire la tua foto: / sorridi con il braccio destro alzato / tieni una spugna in mano / le sopracciglia sono folte e bianche / lo sguardo un po’ sospeso di chi ha vinto / il suo spettro di sempre…”, (un testo dedicato al padre), p. 14.

Certamente acquistano particolare significato i ritratti e le situazioni stralunate in cui la parola, più asciutta, sembra lentamente incamminarsi verso la conclusione – Tutto volendo, si cancella / Tutto si annulla – , quasi che lo scandalo della morte già si palesasse nelle immagini del sogno, e poi nella poesia che le riporta dentro le parole – indicativo il disegno a matita di Mateo Pizaro, “Cervo senza nome”, dal Bestiario degli animali inesistenti, pubblicato all’interno del libro.

Assoluta ed estraniata, a ben vedere, appare anche la descrizione di una scena, seppur concretissima, (Un ricordo dell’infanzia) in cui protagonisti sono la luce e il pericolo, quasi una parusia, un riferimento, mi piace immaginare, alla conversione di san Paolo del Caravaggio; ma, metaforicamente, in modo del tutto moderno: una mancata parusia.

CACCIA

Una strada in salita. Un carretto che avanza tirato da un baio. Di tanto in tanto il cavallo nitrisce, scuote la criniera. Un uomo lo tiene per le briglie, accompagnato da un ragazzo ancora con gli zoccoli. Prima sentono il rombo, poi lo vedono: il caccia è già alto su di loro, scende con le mitragliatrici puntate, pronte a fare fuoco. Il ragazzo si butta nel fosso lungo la strada. L’uomo rimane fermo, col cavallo. La strada s’impenna. La luce è accecante. Intorno i campi, già tagliati, verdi. Il ragazzo grida all’uomo di raggiungerlo, o almeno di buttarsi a terra. L’uomo non dice niente; non si muove. C’è il cavallo. Il caccia non spara, risale e si allontana.

p. 61


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