Luigi Bressan: una schiera angelica di uccelli

Luigi Bressan, QUETZAL, Il ponte del sale 2019

Ciò che colpisce, visionando alcuni volumi di poesia pubblicati dal Ponte del Sale, è una sorta di protezione affettuosa tra le persone – poeti, critici, artisti, collaboratori – .
Il collante è sicuramente il territorio, nele sue componenti di lingua, cultura, tradizione poetica. Si vedano i recenti libri di Marco Munaro, Maurizio Casagrande, Stefano Strazzabosco, e anche questo di Luigi Bressan, apprezzabile per i risultati poetici, certo, ma leggibile anche nel contesto di una koiné sentimentale che coinvolge un coro di presenze: si leggano i ringraziamenti in coda a persone presenti e scomparse; e le dediche, quasi a voler proteggere le parole della poesia facendole abbracciare dagli altri, portatori, a loro volta, di storie e parole.
Serve, soprattutto, constatare il calco poetico utilizzato da Bressan, indiscutibilmente ripreso, anche in forma di omaggio, dall’opera di Amedeo Giacomini, il suo volario descritto nel romanzo “Andar per uccelli”.
E’ dunque un volario questo “Quetzal”, lo splendente uccello piumato dell’America centrale, ma poi, con risvolti più profondi, “Quetzalcoatl”, il serpente piumato degli Inca, figura sdoppiata tra archeologia e contemporaneo, a sottolineare il sublime rapporto con gli uccelli intessuto dal poeta Bressan – la sua parussa – e il pittore Gabbris Ferraris – il suo quetzal – .

Volendo immaginare una suggestione di lettura, si potrebbe partire proprio dal testo che Bressan dedica a Ferraris, affiancato dall’immagine di un disegno del pittore:

QUETZALCOATL

Per la nostra amicizia hai creato le parole pronte
le frasi oggetto dallo sguardo libero d’azzurro
come vedono il primo mattino i rondoni in volo
dopo ho cercato di seguire le linee del paesaggio
con la matita sul vetro perché mi vedessi come sono
abbiamo lavorato insieme i minuti di una creta
toccata a un riposo di secoli io i punti sulla carta
tu le cromie del movimento e della grazia
non so come ci abbia trovati questo nome
serpente piumato albero d’ una geneaolgia divina
dove vola sicuro il tuo quetzal come la nostra parussa
tra le frondose discendenze dei dinosauri
mentre lo spaziotempo modella i mondi
con mari oscurate spandendo luce magari
quando avremo imparato che un milione è uno
e molti è soltanto il numero esatto per ritrovarci

p. 58

Il disegno del pittore Ferraris, riporta, nella zona sottostante, un gruppo di due grafiti che descrivono le immagini:

A FOSSO DI LOREO
NELL’INVERNO
DELLA CARESTIA
1529 MENEGO E
DUOSO VANNO PER
CAMPI IN CERCA DI RADICI
DA MANGIARE
*
E APPARE
L’ANIMA DEL LORO AMICO
ZACCHEROTTO

In effetti, in basso a destra, si vedono due personaggi che si avviano mentre, al centro della scena, dentro un ovale, in alto, ne appare un altro, con lo sguardo rivolto all’ingiù.
A sinistra, assai allungata, una figura nera sembra tenere in mano un uccellino.
A questa descrizione oggettiva dei fatti, in realtà è da sovrapporre una seconda realtà più metaforica e allusiva, che ci riporta al testo di Bressan: l’amicizia fra due, il lavorare insieme, “abbiamo lavorato insieme i minuti di una creta”; uno stato di pericolo, “nell’inverno della carestia”; la parusia del divino, dell’ “oltre”, “non so come ci abbia trovati questo nome / serpente piumato albero di una geneaolgia divina”…
L’immagine dell’azzurro del primo mattino presente nel testo, in effetti potrebbe far riferimento a una delle parusie del dio piumato “stella del mattino”, per poi farsi stella della sera, scomparire e ricomparire dopo aver soggiornato nel mondo sotterraneo dei morti. Inoltre il lavoro in comune, in uno stato di “carestia”, sembrerebbe indicare una condizione di pericolo, redento dall’apparizione dell’ “anima”, junghiana, (forse l’uccellino piccolo in mano al personaggio in nero?) e dalla consapevolezza di una doppia realtà nel cosiddetto reale: il mite e colorato quetzal del presente, è portatore del ricordo, ben più abissale e pericoloso, del quetzalcoatl, “serpente piumato albero di una geneaolgia divina (…) tra le frondose discendenze dei dinosauri”.
Si potrebbe pensare, dunque, a questo disegno di Ferraris, come a una tavola di ringraziamento dopo una sopraggiunta grazia; uno scongiuro, anche perché la simbologia dell’uccello piumato rimanda all’idea di una morte/rinascita dell’anima, quindi una promessa di resurrezione. L’uccello piumato, nella sua ambivalenza di senso, è anche araba fenice che risorge dalle proprie ceneri.
Secondo questa approssimazione di lettura, tutti gli uccelli descritti nel libro, potrebbero rimandare all’idea di schiere angeliche, di una comunità di anime accoglienti, contro la nera discendenza dei dinosauri.
Il rischio della perdita, o la necessità della perdita prima della risorgenza, è evocato nel lungo poemetto incipitario dedicato a Franco Loi dove si assiepano le immagini della fragilità: gli occhi che non ci vedono più, i passeri che sono scomparsi, la perdita degli affetti e della sensualità della vita; l’anima, insomma, che si è perduta ed è in procinto di abbandonarsi alla resa – va tu passerino alla mia Lesbia / adesso è a me che tocca morire”, p. 23.

Se letto in controluce, dunque, il libro sembra rivelare il messaggio celato dal suo inchiostro simpatico, e cioè una invocazione alla vita aurorale in cui tutti gli uccelli si alzano in volo per celebrare la vita. Ma la stessa scena si svolge al tramonto, a cantare la malinconia del giorno che se ne va, proprio come QUETZALCOATL, stella del mattino e stella della sera.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...