Cesare Lievi: Mangiare da soli, in sordina

Cesare Levi, AL RITMO DELL’ASSENZA, MC 2020
(Collana diretta da Pasquale Di Palmo)

Sì. La vita procede al ritmo dell’assenza. La vita è anche la Madre, concretissima nel suo dolore, nella sua smemoratezza, nei suoi occhi chiusi.
A lei il poeta dedica parole a frammenti, perché nessun discorso articolato può veramente dire del mistero della vita e della morte. Mentre scrivo, il libro mi scivola tra le mani, si nasconde.
Ecco cosa fa la vita contenuta in questo libro: sfacciatamente splende, ma poi si consuma, scivola, si nasconde. Soprattutto ritorna, sempre, per paura di sparire del tutto. E come la si può fermare, la vita, se non nelle parole, nella forma colloquiale di un diario? Diario dell’incedere delle stagioni e degli umori: caldo, freddo, pioggia, umido, acqua…
Le persone ci sono e poi non ci sono più. L’altro c’è stato prima, e noi rimaniamo stretti alla nostra solitudine. Si torna a casa, la sera, e la sedia è fredda. nessuno ci accoglie.
Eppure Nessuno vive, abita un luogo dentro di noi; la memoria, o una spiaggia lontana dove fermarsi sulla riva.
Ecco la fragilità della poesia, la sua verità: forma che si spezza, dolcezza delle lacrime, tremore. Porgersi, sporgersi verso il lettore, farsi accogliere.
E come parlare di libri così? Semplicemente leggere, spogliarsi, stare muti, nudi, in ascolto.
In certe pagine, questo io fragile e sensibilissimo che racconta, sa dirci dell’arrivo dell’altro, di un pianto di gioia improvvisa, di uno stato di felicità che subito passa. Questo io conosce l’ostinato mutismo della casa, la sera, l’ombra che si allunga, malvagia, per cancellare la gioia.
Sa dire di una vasta tavolozza di vibrazioni senza il timore di scansare la vita, nell’ ”attimo della carezza”.
E dunque libro che non può finire e incominciare, costruito nelle pause in cui la vita si ferma e si lascia dire, perché, forse, la vita di corsa, violenta, vissuta, non ci permette di svenire.
E libro spesso in preghiera, preghiera rivolta agli uomini, non a Dio. Preghiera di restare, di godere del breve istante, di farsi guardare,toccare.
Preghiera di non andare via, di immergersi nell’acqua della vita perché il sonno ci colga nell’assenza, in quell’istante in cui, tra il prima e il dopo, desideriamo solo il bacio di una serena resa.
Acqua di mare, acqua di fiume?
Il fiume ci porta – vediamo, impariamo – . Il mare ci consegna.
Pioggia che lava, sensuale, persino. Contatto sulla pelle. Acqua in cui riposa la memoria. Comunque, liquido fluire, sciogliersi del nostro ghiaccio. Il lettore avverte la pesantezza di queste parole scritte su foglie secche, parole che ritornano alla terra per necessità. Le parole si ammucchiano nel giardino fino ad aprile.
Se fioriscono le parole, fiorisco io.

 

Io, la rosa

Ora fiorisco. I merli e i cani
hanno smosso il terriccio
ma non fa niente.
La pioggia non impedisce il cammino
e i piedi gonfi
hanno il volo acceso delle rondini.
Fiorisco con gli anni.
I rami penetrano nei tuoi occhi,
I rami con le spine.
Tu fiorisci in me.

p. 29

*

da CINQUE FRAMMENTI PER MIA MADRE

4

Sola nel tuo non tempo,
nell’arnia d’insolvenza
che t’avvolge, mi chiami padre a volte

e chiedi le lenzuola
che desti
dopo la guerra al monte di pietà
per tirare avanti con la famiglia
rimasta senza uomini e soldi

sola
viva.

p. 17

 

*

Nessuno ti ha chiamato al telefono
nessuno ha invaso la tua domenica
e vai a letto
stanco delle parole
che hai smozzicato in solitudine
bevuto
fino a ingozzarti, a stordirti.
Le piante del giardino sono vizze
ed è già aprile!

p. 28

***

Oggi pomeriggio nel sonno
eri stretto a me: ammasso
di serpi e ossa levigato

in cui le parole slabbravano
una dopo l’altra
incollandosi

e se una mano, un coltello cercava
di dividerle, l’ammasso
si faceva sempre più piccolo

e più denso. Al risveglio, accanto,
non c’era nessuno
ma tu crescevi lo stesso su me

come una buccia –
ti sentivo da ogni parte –
ed era una vertigine:

il tempo di ogni tempo,
gli anni del nostro insieme.

p. 33

 

da ALTRI FRAMMENTI PER MIA MADRE

4

Pochi gesti ormai e se siedi è sbilenco
il busto e così il silenzio,
il tuo, che adesso non fa paura.

Tutto è sbilenco,
anche la stanza
anch’io lo sono
che parlo con te, chiedo.

p.40

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