Marco Molinari, piccoli gesti

Marco Molinari, COME PER UNA STAGIONE BREVE, MC 2020
(Collana diretta da Pasquale Di Palmo)

“La lingua corre nei gorghi”, scrive Marco Molianri in una delle ultime sequenze di questo libro. Libro/agenda, lasciato in un cassetto per anni, e che poi chiede di venire alla luce, non per dimostrare il suo valore, ma per riconfermare la sua esistenza – che è poi l’esistere del poeta in quegli anni, prima che il poeta, nel dopo, rinnovi semplicemente la parola, senza illuminazioni, scoperte, improvvise e nuove parusie.
La poesia, semplicemente, E’, vive un suo tempo di brevi o lunghe attese. Sa osservare in agguato, cogliendo lo sconforto e l’allegria, sempre pronta a trovare parole per il non detto, o l’indicibile.
“Un carosello di piccoli gesti, apparentemente insignificanti”, scrive Pasquale Di Palmo, poesie ”che risentono della temperie – orfica -” di quegli anni, e quanti fraintendimenti intorno a questa parola!
L’orfico di Marco Molinari risiede, piuttosto, in un certo modo di cogliere le variazioni atmosferiche della sua Bassa, dove “Madre Pianura” sembra accompagnare la parola “naturale”, e cioè vomitata secondo un’altra sintassi, dal ventre della terra, verso gli umani, scombussolandoli.

Il vivo ha succhiato le schiene dei galli.
Il vivo che t’inchioda al lampadario,
castrato, gialla farina che penzola
dal manico cavo e fa un inventario:
si spoglia nella camera senza termosifoni,
e beve il brodo in cui doveva lavarsi;
volatili fuori corrono sul glicine,
sembrano vivi se gli tocchi il gozzo:
è semplice, chiunque passa usa
metallo spesso come salvacondotto.
p.6

Ma c’è anche della leggera adolescenza in questo libro, un certo clima “engagé” che desiderava sottrarre la parola allo squallore del burocratismo comunicativo. Così, leggendo, non so perché, ma probabilmente in rievocazione di quel clima, mi salta in mente De Gregori e le strategie lievemente allucinate e funamboliche dei suoi testi; una giovinezza che sogna parole nuove, immaginando, forse, un mondo migliore in cui le cose rinunciano alla loro gravità, si librano, sorridenti per aria, si sforzano di non pensare più.

Vedo gatti forti che calano dai muri
in questa nostra città di creta
dopo aver assaporato il caldo
svapora il lampo televisivo
un’ombra dialoga con l’incubo
la luce si diffonde si interna
altre finestre un nodo
altre vite si calano
partenze silenziose
si alza il mondo interrato
il segnale alla stazione
caricate gli zaini e i silenzi
si liquefanno sguardi è storia
sarabanda, incontro, fuggiamo
qui è zona di tramonto.

(testo dedicato a Lou Reed)
p. 68

Se poi è capitato a Marco, come in genere capita a molti poeti, di sbrogliare i nessi consegnandoli a una sintassi più ordinata, in questo caso, dice lui stesso, l’agenda è fatta di “fitte pagine, scritte senza mai finire le righe sul lato destro come un nastro contabile o un libro di ricette”.
E così sono fitte le immagini, si accalcano nello spazio di una giostra colorata dove coesiste la tragedia e la leggerezza della vita su cui lo sparviero della distopia è sempre in agguato, pronto a ghermire le strutture/forme della carne e della parola.

Ritornando sui passi della tragedia
rincresce il male fatto ad arte
con le sue rughe fossili, le sue bombe carta
il giorno dell’innamoramento
cadono le unghie dei rapaci dal cielo
è una pioggia che non tocca la finestra
poi le croste ricordano la ferita
ma non la guerra, il piccolo lago
ai margini del mare d’erba
la prima estate del mondo.
p. 67

Cose create, insomma, e cose immaginate, coesistono nello spazio della pagina, si affrontano in mortal tenzone o si corteggiano, come innamorati.

La poesia nasce dalla paura che non giunga mai?
Il limone ha conservato le gocce
che lo fanno utile all’amore
quel volo di certezze basse
domani il ferro e il vetro
verranno sparsi nella piazza
prendi in mano il foglio
innalzalo, fanne ricami.
p. 63

E per finire…o cominciare…il poeta assume la sua medicina: la poesia. Senza di essa, quando il poeta non scrive, “sembra / che il non finire della vita / inizi nell’attimo / in cui decide di non vivere”.

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