Corrado Guerrazzi: un’anticipazione

IL POETA E’ UNO SGUARDO MOLTEPLICE

Su “Sette secoli di Passi – La via Francigena” poema di imminente pubblicazione di Corrado Guerrazzi

di Vincenzo di Maro

Esiste, al giorno d’oggi, ancora un genere d’ opere in cui sembra manifestarsi una sapienza tanto antica quanto profonda: esiste e si rivela all’occhio dell’attento osservatore solo a patto che costui desideri adeguarsi a quel ritmo interiore e più autentico che le caratterizza: che mima – per quanto è dato mimare all’umano – l’andamento maestoso e insieme umbratile dell’Eterno.

Opere simili si manifestano solo nel momento in cui il loro solitario artefice sappia cautamente trarsi da parte: e così aprire, con una curiosa miscela di ambizione e riservatezza, uno scenario insieme interiore e collettivo: che in certe circostanze può coincidere con la solenne e impersonale bellezza del paesaggio italiano.

E’ il caso di Corrado Guerrazzi, poeta penetrante e appartato, la cui stessa sobrietà dei modi evoca la ferrea disciplina che ha prodotto gli altissimi esiti di “Sette secoli di passi -sulla via Francigena”, singolare variazione sul tema del tempo e sul susseguirsi delle stagioni della Storia.

La via Francigena è infatti un’antica via, percorsa fin dal Medioevo, che collega attraverso il territorio francese da cui prende il nome, l’Europa settentrionale a Roma: inaugurata da un arcivescovo di Canterbury prima dell’anno 1000, ha unito per secoli le diverse culture e i diversi costumi europei per i viaggi mercantili e di fede, collegando idealmente Santiago di Compostela, Roma e Gerusalemme, che i pellegrini raggiungevano imbarcandosi dalla Puglia verso la Terra Santa. Da qui parte l’ambiziosa riflessione di Guerrazzi, un distillato di poesia come pochi altri nel nostro tempo, universale come solo la creatura di di un vero toscano, quando è colto e riservato, sa essere.

Perché la via Francigena ha in sé il respiro delle ere e il disteso interrogarsi sul destino dell’uomo e delle sue cose più alte: “ci verranno incontro generazioni andate/ distillate al fuoco delle loro età, del loro bisogno, a volte/ il poco margine del nulla.”, fa dire Guerrazzi al suo peculiare narratore nel Prologo di questo interessantissimo poema di imminente pubblicazione.

Tratto distintivo dell’opera è proprio il cedimento antinovecentesco dell’”io” al “noi”: per dirla con Sereni – che così si esprimeva riguardo alla “Camera da letto” di Bertolucci – qui si adombra, ancora una volta, la creazione di una “patria poetica”; patria disseminata di discorsi, riflessioni, di persone e personaggi, di stratificazioni e congiunture storiche, oltre agli infiniti silenzi della montagna, della pianura o del padule, a margine dei quali il linguaggio umano sa chiosare, sommesso al più maestoso testo della natura. Qui l’autobiografismo bertolucciano non è più di casa, cede il passo a una distesa meditazione sulle stagioni di un popolo, dei luoghi che ha forgiato a sua immagine.

Tra le cose notevoli di “Sette secoli di passi” vi è proprio il suo singolare io narrante, quel manifestarsi attraverso i luoghi del poema così come nelle stesse evenienze atmosferiche, nella solidità della pietra e nell’umbratile mutevolezza dei cieli e dell’acqua: un viaggiatore meditante e diffuso, che si identifica con ciò che descrive.

Così il filo di un vivificante meditare poetico si dipana attraverso molteplici tappe – Val d’Aosta, Alta Valle di Susa, Vercelli, Pavia, Piacenza, per citarne soltanto alcune, fino a Roma – in cui, come un aruspice col volo degli uccelli, il narratore segue la trama dei giorni e dei luoghi cercando devotamente il senso del suo viaggio, nel perenne confronto con l’assente e il molteplice:

“Vogliono tempo le cose/ i sette giorni/ un’eternità breve, visto il personaggio. La primavera/ non partorisce settimini(…)”, si dice nel capitolo dedicato alla Bassa.

Più avanti, nello stesso luogo: “”Si è lasciata alle spalle molte frontiere/ la pianura, barattato l’aspro delle aghifoglie/ col bonario dei pioppi, la setola del cinghiale/ col pelo della lepre(…)”

E ancora: “Il cielo dissimulava umori/ e l’arrivo delle nuvole portava interrogativi/ quasi fosse da scomporre la sostanza del domani.(…) si rafforzò il convincimento che la terra/anche se non il centro è il nostro centro e tutte le scienze/ La chioma della specie dove ciascuna/ si annida e annoda”. Proprio in questa capacità di ibridare cultura e natura – che a tratti ricorda l’altro grande parmense, Pier Luigi Bacchini -, proprio in questo azzeramento della distanza col nobilissimo paesaggio italiano sta la cifra migliore dell’opera; che in altre occasioni si fa smaccatamente pittorica e rinascimentale, come in Viterbo: “”(…) Sebastiano/ nel Piombo del suo nome depose a terra/ il corpo del crocifisso con tale morbidezza/ da cancellare le ferite, plasmato/ da pollici di luce a una perfezione di cui l’occhio/ si disseta, la morte si adorna/ fa monumento.”. Ma se i riferimenti all’arte e alla poesia italiana all’interno del poema compongono una fitta trama, il loro comporsi non si dà mai nel segno della citazione colta o di maniera, e anzi diviene sorte, destino di sensibilità profonda, sua autentica ragion d’essere. In questa chiave “Sette secoli di passi – la Via francigena” può senz’altro, per l’indiscutibile bellezza delle sue pagine, aspirare al singolare statuto di talismano contro la disperante insipienza dei tempi nostri: come recupero privo di nostalgia delle nostre più profonde radici; come ragione operante, che tutto fonde e presentifica al crogiuolo dell’eterno; come vivente testimonianza per una comunità di spiriti che, con qualche buona sorte, potrebbe guidare l’Italia del domani.

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