Fabrizio Bregoli sull’ultimo libro di Marco Bellini

Marco Bellini,  La distanza delle orme (La Vita felice, 2015)

Il primo elemento che merita riferire parlando di questo ultimo (ad oggi) lavoro edito di Marco Bellini è la forma peculiare in cui si propone. Al tradizionale libro in formato cartaceo è allegato un CD che contiene, per numerose poesie, oltre alla versione in formato elettronico del testo in cartaceo, contenuti ulteriori a cui è possibile accedere da PC cliccando sul simbolo @, riportato anche nel formato cartaceo sui punti di interesse. In questo modo si accede a un testo aggiuntivo, a versi ulteriori, che si aggiungono e completano quelli originari, ponendosi come una sorta di seconda voce o controcanto o commento fuori campo rispetto alla voce poetica principale. Il lettore può così leggere due versioni del libro in colloquio fra loro o, se preferite, tutte le combinazioni (matematicamente parlando) possibili, se decide di scegliere solo una parte dei contenuti integrativi fra tutti quelli accessibili: si ha così una molteplicità di versioni fruibili per il libro. Il lettore ha quindi facoltà di costruirsi un proprio testo poetico rispetto al “soggetto” di partenza, instaurando nuovi piani di lettura (ma ancora prima di scrittura, assistita dall’autore). Se, come sostiene Eco la poesia è, per definizione, la forma principe di opera aperta, Marco Bellini mette in atto e amplifica questa prospettiva delegando al lettore un’ampia autonomia nella costruzione del messaggio poetico, senza per questo venire meno al suo ruolo di autore nell’accezione tradizionale. Ne scaturisce, per il lettore, la sfida a una modalità di lettura nuova (non so se esistano esempi simili da parte di altri autori, forse l’idea del “doppio finale” per alcuni romanzi), certo più impegnativa, ma in definitiva più intrigante, con la possibilità di scoprire il libro per stadi successivi, in addizione.

Venendo al nucleo tematico del libro, come bene testimoniato dal titolo, lo si potrebbe riassumere come un percorso ad ostacoli, alla ricerca appunto di quelle orme che possano azzardare un’ipotesi di senso ad alcuni nuclei di assoluta preminenza esistenziale, a partire dalla sfera soggettiva ed individuale nella prima sezione “L’appartenenza sospesa” (dove troviamo in io dialogante con un sé problematico e quasi pronto a sottrarsi, “Manca la possibilità / il taglio in un’altra vita / dentro questo spessore / che non sei”) per sfociare alla riflessione più generale sulla umanità nel suo orizzonte collettivo, come avviene nelle sezioni successive, in una prospettiva poetica che, come ben detto da Sebastiano Aglieco nella postfazione al libro, è di tipo innanzitutto antropologico e, aggiungerei, sociologico. I temi sottoposti all’attenzione sono di assoluta originalità e questo, oltre all’efficacia dei versi, contribuisce a coinvolgere il lettore. Ed eccoli questi temi, dalla seconda sezione in poi: i riti di sepoltura delle tribù Toraja in Indonesia in “Bambini apocrifi”; il ritrovamento di un meteorite nel 1766 ad Albareto, presso Modena, in “Nella caduta di un sasso dall’aria”; la scoperta di un nuovo pianeta, Kepler-186f, con caratteristiche simili alla Terra, in “Come sempre ancora”; la storia, risalente al 1793, del ritrovamento e della tentata rieducazione alla civiltà di un “Enfant sauvage” cresciuto in una foresta in Francia senza alcuna conoscenza del linguaggio (“Non sapremo mai dov’era per te / il luogo della parola madre.”); la prima assemblea con funzioni legislative, di cui si abbia traccia storica, ad opera delle tribù vichinghe nel 930, in “Thingvellir”; la scoperta delle impronte di alcuni australopitechi, a Laetoli in Tanzania, testimonianza tra le più antiche nella ricostruzione della scala evolutiva dell’uomo, in “Verso di noi” (Le orme di Lateoli). Ad accomunare questa varietà di soggetti è la percezione di un comune senso di smarrimento dell’uomo rispetto al mistero, sia esso il mistero cosmologico o quello evolutivo o quello sacro, l’interrogazione su un senso che solo apparentemente sembra essere alla portata, ma appena lo si avvicina si complica, si aggruma, le orme che ne sono la traccia, o il filo d’Arianna, allungano la distanza, generano nuove esitazioni e interrogativi (“In fondo è una questione di distanza / la sicurezza che perdi / quando lasci, quando metti / molti passi.”). E ulteriori prospettive di lettura, articolazioni e ricchezze di significato si scoprono accedendo al supporto multimediale, affidandosi alle @.

Dal punto di vista stilistico il linguaggio è all’insegna di quella scarnificazione a cui correttamente richiama, sempre nella postfazione, Sebastiano Aglieco: linguaggio per lo più paratattico, periodi brevi, con interruzioni frequenti nel mezzo del verso, spesso ellittici e non sempre ortodossi sintatticamente, aggettivazione scarna o totalmente assente; nella prima sezione una scrittura quasi nervosa e franta, per poi aprirsi a una misura più larga nelle sezioni successive. L’impostazione è versoliberista, rari endecasillabi e per lo più di quinta, quindi quasi mascherati. Marco Bellini è un poeta dai mezzi espressivi essenziali, sobrio nella metaforizzazione, capace di centellinare la parola a tutto favore della condensazione semantica, per una maggiore espressività complessiva. Less is more, potremmo sintetizzare. La natura delle tematiche impone, certo, anche il ricorso a numerosi termini tecnici e scientifici, ma anche questi ultimi, impiegati senza esibizionismo; il loro uso è quasi in chiave esplicativa, denotativa verrebbe da dire, ma è il fulcro su cui può far leva l’argomentazione poetica. Insomma, una lingua che sceglie di essere parca, ma non povera; tutta concentrata sulla pregnanza, a valorizzare la centralità del messaggio, sviluppato sia con efficacia nell’uso delle immagini sia con lo sviluppo del pensiero ragionante, un giusto equilibro fra fanopea e logopea nell’accezione poundiana. E se vogliamo identificare parallelismi o ascendenze, la dizione prosodica, anche dove il materiale scientifico è prevalente nell’ingranaggio dell’impianto poetico, è più vicina a un Pusterla e a un Heaney, oltretutto citati, che non a un Bacchini o un Galluccio.

Archiviando gli aspetti che attengono più strettamente all’analisi stilistica e ritornando ai contenuti, – al cuore di questa poesia – credo si possa affermare che è centrale l’idea della testimonianza a cui tutti come uomini siamo tenuti (“«Ci siamo, portiamo il nostro sangue, / la firma nelle cellule.»” e ancora “Sarete una traccia paziente / necessaria a mostrare la fragilità / che ci fa persi dentro il cuoio / di una scarpa,” [..]), la constatazione che le “questioni” che contano per l’uomo sono e restano sempre le stesse, dalle origini fino al nostro mondo post-contemporaneo e post-ideologico (“Questi palazzi lucidi, dove il rigore / squarcia il mito e la leggenda non ha peso, / sembrano ospitarvi in un altro tempo / il nostro tempo che vi chiama e interroga”) e riguardano la ricerca di un appiglio di senso per la vita di ogni giorno ([..] “un muro buono / un tetto per contarsi raccattati”). Marco Bellini sembra volerci dire che viviamo nel segno di un passato ([..] “il tempo / tenuto lì per farci meno smarriti”), per quanto remoto, che si ripropone nel presente, fino a una resa dei conti individuale e storica con cui occorre misurarsi (come non pensare allo spettro della catastrofe climatica leggendo versi – anche se riferiti ad altro – come questi: “[…] Lì dove sta / la cerniera aperta di un pianeta che trema”?). E tuttavia c’è una speranza sottile, sotterranea, che anima questi versi

Questa notte cercheremo un buio diverso
uno scarto laterale dentro un silenzio nuovo
se l’ignoto sarà ancora il punto di fuga
necessario per le mani giunte.

Questa notte come sempre, ancora.

Versi che sono tutti attraversati da una spinta etica che li fa versi “civili”, cioè afferenti a un’idea di poesia dell’impegno, prima ancora che poesia cosmica, ossia della Natura in accezione ampia, ed è forse questo che più rimane nel lettore che con loro si confronta. Come ci dice Marco Bellini nella chiusa finale: “Oggi l’oblio / ha il colore dell’erba.”

Fabrizio Bregoli

 

***

Dalla sezione “L’appartenenza sospesa”

Sei un uomo in partenza
rimetti mano ai conti, stavano lì
per negare.

Tracci la fila: quanti sono
gli abbandoni le mani staccate.
Non vedi pretesti.

Disarmato nella spunta
hai misurato il peso lasciato. @

La carne avuta
come un inganno non è bastata.

 

*

Bambini apocrifi

*
(Per loro non hanno scelto la terra;
la terra non sa trovare il cielo).
Qualcuno ha pensato a dare un posto
perché resti qualcosa della carne
mischiata al latte. Dentro uno scavo
di legno caldo dove tacciono ripiegati
privati del loro progetto
i bambini apocrifi, destinati
a una prevaricazione accolta e subita. @
Un brodo scandaloso il midollo osseo
e la linfa; fluidi tornati alla parola
dentro gangli contaminati dove scorre
una “mortevita”.

*
Alberi che proteggono l’ultimo tepore
nella ferita disposta; talamo sigillato
dove si compie la mescolanza la confusione
delle ossa nel legno. Tra gli scavi
della corteccia affiora il muschio
dei pensieri; atti senza movimento. @
Vivono la morte, un giorno
per ogni giorno portati su
verso l’alto il gesto, ascendono
con un passo di cellulosa, proteso.
Per loro che non sanno, l’ombra
del tronco con le ore si sposta
misura tra l’erba il dono mancato.
Dove la volta si spande, tra le foglie
si fa nuovo un globulo rosso.
Madri antiche passano raccolgono
e cullano i frutti caduti.

*

Dalla sezione “Verso di noi @ (Le orme di Laetoli)

*

Prima del Similaun con i suoi doni antichi
prima della torba di Tollund fertile di corpi
e di parole per Seamus, furono passi inconsapevoli:
l’orizzonte africano centrava le pupille
muoveva la formazione dei cromosomi
veloci verso di noi verso le domande,
il segno involontario di una scrittura implume
un graffio come un’attesa
per una diversità mai riconosciuta. @
Sarete una traccia paziente
necessaria a mostrare la fragilità
che ci fa persi dentro il cuoio
di una scarpa, schiacciati
in un presente di ritorno dove ancora
continuiamo a esitare il profilo.
*
Di quel giorno si chiese la permanenza
nessuna canzone per un nome in prestito
ma un nodo a cui legare la storia.
Il Sadiman porse il velo al caso
che afferrò un piede e con lui il tempo
tenuto lì per farci meno smarriti.
Procedevate verso di noi
lo si vedeva da quei pochi gesti
resi nell’aria abitata; uno stare lungo
capace di contare le comete. @
Il vostro dire si è compiuto a Laetoli
capoluogo che cancella i confini nati
sui colori, sui tratti; impronta gravitazionale
che ci lega e ci sente
e noi sentiamo, sempre
oltre la distanza dei movimenti.

*

Dalla sezione “L’Enfant sauvage”

Si fa riferimento a un bambino di circa dodici anni catturato in una zona boscosa nel dipartimento francese dell’Aveyron nel 1793. Il soggetto sembrava non avere mai avuto contatti con altri esseri umani, non parlava e, anche in seguito, i progressi nell’acquisizione del linguaggio furono minimi. Sono noti numerosi casi, rinvenuti in diverse parti del mondo, tra cui Africa, India e Russia, di bambini allevati da orsi, lupi, gazzelle o altri animali. L’Enfant sauvage è il titolo di un film del 1969 che François Truffaut ha dedicato proprio a questo caso.

*

Non sapremo mai dov’era per te
il luogo della parola madre,
quanti capezzoli contava, il timbro
dei suoni, del fiato trasmesso.
Un segreto che respinge: dove avevi preso
il latte, il calore per l’infanzia
dentro quel bosco che ti ha restituito
e i colori rimasti incollati all’iride
come un passaporto. Ti apparteneva
una pace, il posto dove riconoscerti,
dove stare era giustificato.

*

DNA umano allo stato brado: profilo,
lunghezza delle dita, tutto quanto
per dire l’imbarazzo di una provenienza
là nel fondo di tutti.
Ma chi ci ha lavorato? Chi ti ha dato
quelle grida, il modo di curvare la schiena
di sbucciare una castagna?

Rimbalzano fratelli sparsi nel tempo
dentro terre di lupi
e gazzelle, le loro sembianze.
Fratelli un po’ anche noi, nei giorni
dei lumi, della ragione sovrapposta
agli istinti che ti muovevano.

*

L’INTRODUZIONE QUI

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Un commento

  1. L’ha ripubblicato su La poesia di Fabrizio Bregolie ha commentato:
    Il blog “Compitu re vivi” di Sebastiano Aglieco ospita la mia nota di lettura a “La distanza delle orme” (La Vita Felice, 2015) di Marco Bellini, con una selezione di testi.
    Libro interessante sia per la qualità e l’originalità delle poesie sia per la scelta di una nuova modalità di fruizione multimediale dei testi con la formula libro+CD con extra-contenuti.
    Ringrazio per la disponibilità il blog e vi auguro buona lettura!

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