Renato Pennisi: nei viali del basso impero

Renato Pennisi, L’IMPAZIENZA, interlinea 2019

Renato Pennisi, in questo recente libro, evoca una Catania in bianco e nero, fatta di oggetti e azioni quotidiane, di strade e di paesaggi che non sono più, di un presente da abitare con infinita pazienza e di fotogrammi di un passato che si scolorano con lentezza: “Il motore del proiettore / una nota tremula continua / e sono fotogrammi seppia / e lampi e linee forse ciglia / cariche di colla”, p. 10.

Leggiamo così di una dislocazione tra un tempo che è trascorso ma che forse non è stato mai pienamente vissuto, e di un presente in cui Pennisi confessa che la musa è uno spleen tutto meridionale, fatto di visioni che mettono in relazione, quasi sovrapponendoli, due medesimi luoghi…strade, case, stanze…

I testi più belli di questo libro sono proprio quelli in cui una scrittura secca, fatta di pochissime aggettivazioni, isola le cose fotografandole da un’angolazione studiatissima, che, eppure, risulta naturale.

Memoria storica, allora, e biografia, mettono in mostra, come sulle tavole di un teatro abbandonato, reperti, disillusioni, debiti non rimessi, sullo sfondo di scenografie naturali in cui campeggia la luce di un Sud con le sue città cariche di storia eppure così quotidiane, fragili, soggette all’usura. Catania viene descritta simile ai gironi di un purgatorio, fatta di palazzi che si sono accumulati nel tempo brevissimo della speculazione edilizia, spezzando il ricordo di una topografia d’altri tempi.

Questo canto dell’usura, appunto, tra disaffezione e impazienza, nulla risparmia, compreso il corpo dello stesso poeta, adulto e padre, imprigionato dalle domande sull’infanzia, su ciò che è avvenuto e ciò che verrà dopo: “Fermati gli anni / in una costruzione, sui fogli / ma l’inevitabile andrà oltre / c’è un imbroglio quindi”, p. 81.

Rimane racchiusa negli oggetti

la piccola età irraggiungibile

la tua la vedi scorrere nei figli

una dote che prodiga si consuma

quel giocattolo, quel libro

quella cartolina da Firenze

la raffigura.

p. 78

Il tempo, ci dice Renato Pennisi, non cancella gli eventi rappresentati. Questi lasciano traccia di sé nell’incapacità, forse solo umana, di non perdonare del tutto, di non dimenticare del tutto, solcando la nostra coscienza del desiderio di vivere in pienezza , del conservare senza rancori.

Le donne sono scese dai loro suk

variopinti indossano i nostri capi

d’acqua torbida

c’è animazione nei viali da basso impero

una sorta di pericolo impaziente

tra le ringhiere va una foglia sospesa

le scivola dentro una goccia della

pioggia prossima sui tetti.

p. 7

*

Lo scirocco libico ha velato

di sabbia rossa le finestre e il limone

l’umidità della notte ne fa

un fango sottile, secca poi a giorno

crepa, sfalsa i colori

delle auto ferme.

La pioggia la raccoglie

sotto il marciapiede, ne è rimasta tra i capelli

ne è nota la provenienza

ma lo scirocco spesso torna

la solleva la porta altrove, la scaglia

contro le scogliere

la soffia fino a Stromboli, e oltre.

Bisognerà rifarlo il bucato

e stenderlo di nuovo.

p. 12

*

E’ sempre più breve l’inverno

pensa non l’ho messo che una volta

il cappotto nero.

Mentre il muro rimane scrostato

lì dove erano appoggiati il capezzale

la sedia, il comò piccolo

e l’aria è pesante di quasi aprile.

p. 28

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...