Francesco Margani: conosco i codici invisibili del meteo

Francesco Margani, NELL’ORA CHIARA CHE TUTTO ACCOGLIE, centroluna 2018

Inizia calmissimo questo nuovo libro di Francesco Margani, un dire controllatissimo innestato sull’incedere delle forme e dei colori di ogni inizio; la calma e il silenzio dell’alba nel primo giorno del mondo.

La forma poetica si fa forma musicale di un preludio in cui gli strumenti suggeriscono linee e forme larvate, primi colori, prime sensazioni. Un racconto fatto di leggeri sommovimenti, di osservazioni sottilissime sulle apparenze che a poco a poco diventano sostanze.

Inizio del giorno. Mese di aprile. Siamo nella stagione del risveglio, di una primavera che lievemente scuote ma che già contiene nel grembo la promessa di una trasformazione radicale, madre tellurica che spinge verso la luce i semi.

In questo teatro di prime metamorfosi, il poeta si ritrova immerso nella luce, quasi trasfigurato esso stesso: “mi lascio bagnare dai radi raggi esiliato sul balcone”, p. 9. Ma è anche l’essere ingabbiato nei livori dell’inverno che ora abbandona il suo letargo: “Cerchiamo un segno salvifico / / noi, prigionieri smarriti nell’ozio dei giorni”, p. 10.

Abita già, in questi testi dell’aprile, una musa straniante che travasa le cose sulle pagine dei libri, ripesandole con gli strumenti della poesia: “Un ramoscello non approderà mai in questi luoghi. / Nei risvolti dei libri e negli angoli dei fogli lasciati a ingiallire, / pesciolini argentati trafficano / gli stretti corridoi della libreria, / pirati dei dorsi che ricamano con costanza. / Ogni notte attendo i vostri ritorni”, p. 10; “Il pesciolino annusa i fogli, / guarda la pioggia che sferza i rami”, p. 19.

Si potrebbe pensare, leggendo questi primi testi, a una sinfonia pastorale che non perde mai il contatto con le cose naturali, con le presenze/assenze, con le attese. Leggiamo, in effetti, a un certo punto, l’interruzione della tempesta, un improvviso scoppio.

Venne giù tanta grandine,

qui se ne è vista poca

e abita solamente nei ricordi.

In pellicole sbiadite è rimasta impressa,

l’origano ne mostra le ferite,

le acerbe foglie stentano ad allungarsi

a vivificare l’aria a dare ossigeno alla vita.

p. 11

E’ un preludio che annuncia un climax emozionale in stretto contatto col procedere delle stagioni. “Il sole è tornato come una malattia / un congedo anticipato dal freddo”, p. 15. Sono annunci che ci dicono della cifra più rilevante di questo libro: l’essere è immerso, e, pur nella sua solitudine, è spugna permeata dall’accadere, dagli equilibri e squilibri dell’universo.

Si mescolano all’alba

aperta alla vista dei faraglioni

i suoni affievoliti dei muggiti.

Oh! mia vita continua ad amare.

p. 16

L’essere è sempre in partenza, dislocato, affezionato alla sua casa; ma anche sdradicato, in balia:

A Niscemi non transitano più i treni,

il ponte è crollato,

benedetta domenica le scuola sono chiuse.

Ruspe cancellano le tracce,

le macerie archiviate in discarica,

si avvera la profezia: chi parte non ritorna.

Non vedo mani alzarsi né grida,

le rughe aperte come greti

e i volti asciugati diventare cenere.

Vorrei poter fuggire,

hanno serrato i cancelli.

Il ferry boat taglia il mare dello stretto.

Registro che nessuno è più tornato.

p. 23

Ed ecco il procedere di una sinfonia per stagioni, ora costruita con le note di tinte più forti, quasi violente, “Nell’agosto tra i ritagli di legni ad asciugare / e fogli macchiati di ruggine e sugo (…) Tavolate di angurie ghiacciate e polli spennati..”, p. 30; ora sul presagio di un autunno fatto di perdite e distanze:

Un giorno mi dirai: – mi manchi -.

Nei giardini brillano i cedri

nella luce azzurra del mare,

ritorno con gli occhi sulle foto.

Un giorno mi dirai: – mi manchi -.

Volano i gabbiani sul lungomare.

p. 24

S’innesta, sul tema della partenza e della distanza, la presenza di un paesaggio cittadino fatto di asfalto e di acque grigie, di quadri in noir, e poi di pensieri che tornano indietro verso un orizzonte di mare e di campagna. Neri pensieri si aprono come fiori del male nella luce diafana dell’inverno. Eppure la poesia di questo libro mantiene la dolcezza di una malinconia che non diviene mai tragedia, un desiderio di sonno lontano dal grido, da un dolore che travalica.

Voglio rimanere lontano dai singhiozzi.

Non chiedetemi nulla,

la vostra disperazione soffoca,

la nausea straripa dal tavolo,

una valanga di polvere copre i mobili.

Batte il vento alla finestra da giorni,

torna un amore,

rimango nel tepore delle lenzuola.

p. 67

*

Nuvole stirate nel cielo come poster.

Tegole cadono nelle case coloniche,

il vento non le spazza e nessuno le rivolta.

Gli orchestrali accordano gli strumenti,

la pista d’acciaio s’accenderà

per gli ultimi valzer della serata.

Solo me ne andrò senza guardare l’orizzonte

tra le dune rigogliose di ginestra.

Aspetterò d’immergermi

nell’ora chiara che tutto accoglie.

p. 62

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