Paolo Donini: da dove viene la poesia?

Paolo Donini, LA SCATOLA DI LATTA, Voland 2019

Da dove viene la poesia?

Dalla mancanza…La poesia dice quelle parole altrimenti non dette…E anche le cose ci mancano.

Sono riflessioni che potrebbero sembrare per gli addetti ai lavori, uno dei tanti tasselli del noioso dibattito che spesso i poeti intavolano fra di loro sulla natura di quell’oggetto misterioso che è la poesia, giungendo a conclusioni non sempre convergenti. E invece Paolo Donini immagina una favola riconciliatrice e illuminante ad uso degli adulti, poeti e non poeti, indicandoci la strada della necessità della poesia, la tana in cui si nasconde quando non la sentiamo, l’angoscia della mancanza che genera quando decida di abbandonare la realtà delle cose.

Un piccolo poeta, dedito al piacere della scrittura e dell’arte culinaria, immagina sonetti perfettissimi ispirandosi a ciò che lo circonda. Intanto i personaggi del paese di ics diventano balbuzienti perché non riescono a pronunciare tutte le parole. Le parole, infatti, spariscono, si scancellano, anche se riscritte e conservate. Altro non è possibile rivelare della storia.

Donini scrive con una maestria e una perizia d’altro tempi, una favola che cattura il lettore portandolo per mano verso la straordinaria invenzione finale, tanto lampante, si potrebbe dire, quanto difficile da immaginare. Ed è un’invenzione che coglie la sostanza intima della poesia come meglio non avrebbero potuto i più voluminosi e forbiti saggi di filosofia dell’arte. Perché, volendo approfondire il discorso su un piano epistemologico, è evidente il tentativo di portare a compimento e superarla la scissione semantica giunta fino agli estremi anni del secolo trascorso. La riflessione è di una leggerezza mozartiana: la poesia è nella cosa ma non è la cosa; piuttosto un altro modo di starle vicina. In effetti il gesto d’amore finale non compie una giustizia per nemesi ma per riconciliazione.

Colpisce, per chi conosca l’opera poetica di Paolo Donini, il parallelo tra la funzione ablativa, di totale cancellazione del referto – quindi la sottrazione di memoria e conoscenza che potevamo leggere in “Incipitaria” e “L’ablazione” – e questa cancellazione che tuttavia non fagocita il dono di una “catarsi”, di uno “svelamento”.

Il motivo sta, probabilmente, nella scelta della favola come strumento di elaborazione simbolica, di un passare oltre, di un potenziamento della parola “altra”, la poesia, che infine tutti gli abitanti di ics si mettono a leggere col desiderio di ricostruire l’unità perduta.

La scatola di latta è dunque una storia adatta per un adulto che vuole riappropriarsi del senso profondo delle parole smarrite per strada; che avverta il pericolo incombente di una metamorfosi distopica – si veda con quale divertita ironia Donini descriva i personaggi, spesso simili a marionette dentro una recita ridicola –; ma è una storia adatta a bambini quasi adolescenti, con un piede ancora nell’infanzia e con l’altro, velocissimo, verso il mondo dei grandi, sullo sfondo minaccioso di un personale oblio psichico.

Se la poesia, per poter essere, sottrae le parole che dicono le cose, queste, tuttavia, ritornando alla cose, e ora le illuminano di una luce che non avevano prima. Ecco allora giustificato nel profondo l’atto della poesia: leggerla, rileggerla in questa nuova prospettiva, significa riconoscerla, riconoscersi, colmando una mancanza che abbiamo sentito nel profondo.

Forse un angelo dai capelli d’oro ha ispirato le parole di questo libro, suggerendogli una leggerezza, uno stare vicini che è già la promessa di un viaggio verso una terra più buona.

*

Scaviamo ma ancora
non riusciamo a raggiungerla
eppure deve essere qui
la vena, si sente il pulsare
sotterraneo, si scorge
a tratti il riflesso – deve essere qui
quel bene omesso
e tuttavia immanente
alla tenebra che stravince
ovunque attorno, deve esserci –
scaviamo a mani nude
nel buio che offende e rattrista:
non dimentica la luce chi l’ha vista.

(da Mise en abîme, Anterem 2017 )

 

 

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