Ugo Magnanti: continua ad accadere

Ugo Magnanti, IL NOME CHE TI MANCA, peQuod 2019

Liber fragmentorum”: così Rino Caputo definisce questo testo di Ugo Magnanti, reinventato a partire da esperienze poetiche che sembrano tracciare uno stretto confine tra vita e parola; e quindi una diatriba tra parola che si sporca, “sbagliata” per “imperizia”, e parola che ha ben presente l’orizzonte di una semplificazione formale. Tenzone evidente se si considera la struttura del libro: testi brevi, dove Magnanti lavora a sintetizzare il necessario costruendo piccole storie a quadri, e testi poemetti accolti nella parte centrale del libro, la più estesa, esposti a quell’imperizia (il termine è usato dallo stesso autore) che straccia il vestito della poesia lamentandosi del “finire”, dei “fremiti” e dei “rimpianti”.

E’ una poesia a volte dal tono grottesco, forse per rabbia e per contrarietà, che si assume il compito di un difficile dire, laddove lo strumentario retorico del poetico non sempre basta, o è necessario, a definire gli scontrosi paesaggi della vita.

Sebastiano Aglieco

***

I sensi mi spinsero a trascurare la purezza, mi nutrirono per farmi cedere a ogni sguardo che avrebbe scoperto le mie corde, mentre trafficavo come essere umano, e mi davo da fare insieme agli altri, tutti venuti come me da un ventre sanguinante.

p. 9

*

Vuoi opporti a tutta un’altra bolgia,

avere per te la grazia e la puttana,

gli occhi rossi ma senza alcuna infamia,

l’arsa città e la sua penombra nella stanza.

E non vuoi essere tu l’uomo investito

sulla strada, la donna violentata:

perché appellarti agli altri, già tu sei il diavolo!

p. 17

*

Un giorno abbiamo

la speranza e un giorno

no, di avanzare senza

coda chiedendo a dio

apriti!, come la dura pigna

ridotta a pezzi con un sasso.

Un giorno ci risponde sì,

d’accordo, per una volta

mi farò spaccare, e un

giorno è il vento l’unico

corpo che offre il grembo,

e allora il gioco si ripete

e proviamo a riemergere

dall’acqua, la stessa che

toglie il respiro al poeta,

perché vacilla estranea

al buio dello stagno.

Può darsi che una supplica

ci pieghi la mano, e che

una festa umile infine

abbia la meglio, come per

le nuvole e le foglie, che

umili così lo sono sempre,

e si spogliano al sole, e

sono fedeli al suo fulgore.

p. 41

*

E’ stato bello credere

alla porpora antica

che faceva ogni giorno

il suo teatro di carezze

nelle nostre vene, senza

che ce ne accorgessimo,

come ragazzini storditi

su una strada bianca.

E invece quel pensiero

era solo sangue che

aveva già smesso di

gioire, ma ancora non

parlava con la lingua

fragile che sa parlare

il sangue, quando dice

con parole semplici

che è finito il tempo

di essere immortali.

Quello che non può

finire è il desiderio,

come uno sciame

racchiuso nella pietra:

è una parte di me che

continua ad accadere, ed è

sangue e porpora al mattino.

p. 55

*

Se ho sbagliato qualche

verso, per caso o per abuso,

o per imperizia, non ne ho

fatto certo un dramma,

perché tutto si muoveva

dentro l’edificio fermo, e

spesso la parola mi mancava.

Ma questi che ora leggi

li ho scritti per quando finirà,

e se sono sbagliati li ho

sbagliati volentieri: forse

la mano sorpresa a navigare,

stavolta voleva solo vivere.

Non è più importante

che siano fatti bene,

già è tanto che festeggino

la pace con chi è stato

misero e radioso, e solo per

questo merita di sciogliersi.

E soprattutto invocano

il coraggio, e vogliono il fuoco:

sono stati sepolti con me

nel grembo dell’estate,

mai sopporterebbero

il buio di una bara.

p. 60

*

Finisca pure l’estate

a un certo punto,

e finisca la poesia,

e tutto ciò che si consuma

in fremiti o rimpianti.

Finiscano persino le

parole, che qualche

volta fanno un suono

strano, e quasi sembrano

preghiere: che importa,

se non potrò più dirle

numinose ad ogni passo,

o se si spegneranno

in numero di mille

appese a un gancio:

che importa, se ogni

pagina sotto ogni riga

riarsa sarà come un

greto invaso dai rottami.

Non avrò poesie da

stringere, quando si

alzerà il freddo sopra

mani e spalle, e braccia,

e volti, e sarà un freddo

vero, non solo una parola.

p. 65

*

Non ci sono che ore

viziose in una vita,

allora non puoi fingere

che il respiro sia cessato

per crederti migliore.

Spudorato e già pronto

a ritornare vivo, senti

come è imperdonabile

il tuo desiderio, e come

non è fatto per finire.

p. 76

*

Come se il cortile ti incoronasse

ancora, con certe sue risonanze

nazionali, finite dietro al prato,

tu vivi sul medesimo emisfero

di linfa, di foglie, di strade e albori.

Perché oggi è il merlo, l’uccello insensato

che ti spinge avanti, e l’albero ruotante

è invece il platano, incendiato solo

un po’, dal mito, e molto, dalla storia,

da un vento nuovo ma ancora inattuale.

p. 81

*

Con la notte, hai citato la cicala

notturna, e la sua ventura oscillante

sulla foglia: ciò che ti è parso incanto,

è forse soltanto l’indifferenza

del canneto, e il suo verde paradosso

di vene al vento, di sguardi nascosti.

Ciò che ti è parso pesce, o fiore, o passero,

è forse soltanto un segnale che arde

per essere svelato, l’occasione

diafana per il tuo congetturare.

p. 82

 

***

Finalmente un poeta che ha il coraggio di dichiarare che sui propri testi si deve tornare con il passare del tempo, che la maturità insegna a decifrare occasioni possibili di una parola che riesce, finalmente!, a focalizzare “il poema d’erba primaverile / che non saprò mai raccontare”. Perché la parola, per quanta magia possieda in sé, per quanta storia e sentimento possa inglobare nel suo suono, ha sempre la porta aperta per entrare in nuove avventure.
Del resto la storia della letteratura e l’esercizio filologico dei grandi del passato (Rino Caputo non a caso nella sua nota critica ricorda il Dante della “Vita Nova” e il Petrarca del “Canzoniere”, a cui aggiungerei il Leopardi dei “Canti”) ci insegnano che a volte basta aggiungere o togliere un particolare per ottenere effetti poetici di rara efficacia.
Ma a parte ciò, bisogna subito dire che siamo di fronte a un testo ricco e compatto che affascina perché sa aprirsi come un fiore a primavera. La compattezza è dovuta alla necessità interiore del poeta di dare all’insieme una voce unica, il voler far sentire un unico fiato caldo, ma stemperato dalla essenzialità.
Magnanti, pagina dopo pagina, sembra voler dire a se stesso che non va bene niente, che bisognerebbe trovare una voce diversa e un diverso timbro per acciuffare il disastro interiore che sembra voler fagocitare tutto e tutti e così un’ombra vasta si sparge su tutto e anche i momenti in cui sembrerebbe che si possa aprire uno spiraglio subito diventano fragorose risacche: “Sul confine labile fra l’azzurro / e il verde, a lungo i teli si sfibrarono, / fiorirono le ruggini, e scomparvero, / il vento in casa penetrò dal mare”. Magnanti si fa percorrere dai brividi dei presagi, si affida alla casualità e alla probabilità e si lascia andare alla deriva per poi rientrare prepotentemente in gioco.
Certo, definire in maniera perentoria questa operazione non è facile, perché ognuna delle liriche del volume sembra voler andare oltre le righe e suggerire una nuova dimensione analogica spesso raminga, più spesso chiusa in una misteriosa perplessità che definisce il senso di un malessere che potremmo imparentarlo alla poesia maledetta francese o, più propriamente, a certe dissonanze, umane-disumane, di esperienze della poesia, non so, nicaraguense o peruviana.
Il libro, nel suo insieme, mostra la capacità di Ugo Magnanti di aver saputo appropriarsi di ampie letture, non solo italiane, per raffinare la propria espressività, per cercare di trovare valori nuovi al di là di ciò che ormai è assodato. Infatti in molte pagine assistiamo a un dettato poetico cadenzato con forza e con perfetta armonia. E non su variazioni occasionali, ma su tematiche scavate e sentite fortemente fino ad arrivare a solfeggi direi metafisici nei quali la misura espressiva di Ugo Magnanti raggiunge una rara potenza di dettato e senza mai spappolare le tematiche, ma tenendole sempre su un piano quasi filosofico.
Insomma, “Il nome che ti manca” è un libro impegnato e non nel senso del realismo, ma di una verità politica aristotelica ed è per questo che al primo impatto può dare l’impressione che sia ostico. Se però si ha la pazienza di entrare nella carne viva del volume, allora si sentirà una voce sicura, un timbro che esula dai soliti. Cominciamo a dirle queste cose quando abbiamo la fortuna di incontrarle, anche perché stiamo vivendo un momento in cui le pubblicazioni sono esorbitanti, ma quasi sempre di basso livello.
Ugo Magnanti è come se ci invitasse a rincorrere il nome che ci manca, cioè quell’ansia che non riesce a darci le certezze quotidiane. “Non avrò poesie da / da stringere, quando si / alzerà il freddo sopra / mani e spalle, e braccia, / e volti, e sarà un freddo / vero, non solo una parola”.

DANTE MAFFIA

2 commenti

  1. Ho letto d’un fiato, quasi in apnea, per poi tornare… Non ho parole adeguate per dire quanto mi hanno coinvolto queste poesie intensissime. Libro che non mancherò di leggere. Incantata. Grazie

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