PERCHE’ OFFICINAE

L’officina è un luogo difficile e faticoso, dove avvengono delle trasformazioni. Si producono anche molti scarti, scorie, i ritagli della materia che infine prende forma, una forma desiderata. Qualcosa rimane e qualcosa si disperde ma niente rimane come prima.

Rileggendo i calorosissimi commenti lasciati dalle persone, nel corso di questi anni, per i miei libri e il mio lavoro –  commenti quasi mai scindibili da un “giudizio” personale, dal destino di un modo di agire che tutte le persone, per cultura, storie personali, antropologia e biologia ricevono fin dalla nascita –  rimango estremamente colpito da come il clima dei decenni precedenti sia profondamente cambiato; clima umano e culturale, di presenza e di impegno, infine di entusiasmo. E’ l’immersione nella retrospettiva dei “migliori anni della nostra vita”, momenti in cui la formazione raggiunge il culmine, sembra splendere, darci l’illusione che possa durare in eterno…E’ tempo rapidissimo, invece, fuoco che poi improvvisamente si spegne, lasciando nell’aria come l’odore di qualcosa che valeva ma che era fragile, irrimediabilmente fragile.

Sto parlando della letteratura, che nel mio caso è inseparabile dalla vita, dalle parole e dai gesti che le persone si scambiano per i libri e con i libri; per se stessi, in fondo, per il desiderio di una innocenza e di una verità che solo l’arte, a differenza della vita, è in grado di restituirci, costi quel che costi.

Rileggo nel passato – pochi anni che sembrano secoli – e poi rileggo nel presente –  pochi giorni che preannunciano abissali silenzi – . Che cosa è accaduto di irrimediabile? E’ accaduto esattamente questo: L’officina è un luogo difficile e faticoso, dove avvengono delle trasformazioni. Si producono anche molti scarti, scorie, i ritagli della materia che infine prende forma, una forma desiderata. Qualcosa rimane e qualcosa si disperde ma niente rimane come prima.

E’ accaduto silenzio, indifferenza, svogliatezza, superficialità, distrazione, dimenticanza.

Persone restano, persone se ne vanno. Grandi parole si tramutano in grandi silenzi. Grandi violenze celebrate nella vita come tra le parole dei libri e le azioni degli artisti. Sgomitare, apparire, lottare per la gloria, costi quel che costi. Memorie di grandi opere calpestate, piccole memorie a corto raggio da utilizzare per utilità, come lo spazzolino da denti.  Nuove forme – libri, persone, esperienze – ma ogni cosa da valutare e sottoporre al giudizio della dea Maat. Con meno generosità, con la richiesta di un abbassamento della mondanità, dell’apparire, dello smisurato orgoglio che rode le coscienze, e quindi le parole.

OFFICINAE, dunque: luogo del maglio e del vaglio, di una libertà spropositata, di una nuova generosità per i morti, per gli scomparsi. Per la distruzione dei palcoscenici, delle voci gridate, dei vestiti da festa, delle ugole blasfeme e rivoltanti, della critica cieca e bieca e potente.

Luogo del racconto e della parola sghemba, della vanga che rivolta la terra per scoprire le radici, con la fatica del muratore e dell’uomo che coltiva la terra e produce cibo.

Le radici delle isole serpeggiano sempre, ma sono sotterranee, rimangono sotterranee. S’inabissano, emergono. Sono libere.

 

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