Alessandra Paganardi su INFANZIA RESA

sul numero  55/2019 di GRADIVA, esce questa bellissima recensione di Alessandra Paganardi. La ringrazio di cuore.

 

Sebastiano Aglieco, Infanzia resa, Chioggia, Il leggio libreria editrice, 2018, pp.131, euro 15.

C’è molto di “arreso” in quest’opera di Sebastiano Aglieco, che è assai più di un libro di poesie. È un manifesto, un diario, una narrazione, un inno all’esperienza faticosa e bellissima di essere fino in fondo insegnanti. Come nel quadro di Klimt, assistiamo alla rappresentazione delle diverse età della vita in un lucido, impietoso confronto che non teme di proiettarsi nell’heideggeriano essere per la morte. «Donalo agli uccelli il pane duro/ loro lo spezzeranno e lo faranno rifiorire/ ai Lari lascia l’ultima briciola/ una cellula del tuo corpo per saziarli/ quei fratelli silenziosi/ lo mostreranno alla necessità/ e sarai protetto dalla devastazione» (p. 97).

Questa raccolta è un viaggio a ritroso nella vita alla ricerca delle radici che la vita stessa lacera, con le sue convenzioni spesso tese ad avallare l’ipocrisia degli adulti. I poeti, assai più della cosiddetta gente comune, dovrebbero avvertire la responsabilità etica di un ruolo affine per natura a quello dell’educatore: non dimentichiamo che l’insegnante, come il poeta, è costruttore di segni, disperde suggerimenti di senso sul cammino come fa Pollicino con le briciole di pane e si augura possano servire, con tutti gli errori umani del caso, anche molto tempo dopo. Chi scrive, chi educa, spera che la sua parola diventi cura. «Andate, poeti/ dove cresce la gramigna da estirpare» (p. 40).

Proprio quella «gramigna di noi, che un/ maestro estirpa ogni giorno dell’anno» (p. 37). Ma i poeti – e più in generale gli intellettuali – spesso non fanno questo: sono troppo prigionieri del loro narcisismo e quindi colpevoli, essi per primi, della deriva morale di cui i bambini sono le principali vittime. L’infanzia che Aglieco ci consegna è la disperata cartina al tornasole di un mondo malato, che noi tutti abbiamo contribuito a costruire. C’è qualcosa di profondamente ecologico in questa denuncia che, senza retorica e in forma oggettivamente ostensiva, equipara il destino dei fanciulli a quello dei frutti della terra, che nella loro ferita bellezza subiscono per intero, senza parole né difese, tutta la nostra violenza: «Il mondo è senza festa/ questi rumori non ti abituano al/ dolore se non ti lasci attraversare dal tuo niente/ Nei fiori caduti splende ancora per un istante/ la promessa di un nuovo abbandono» (p. 55).

Ma denunciare non significa polemizzare, ed è anche questa la ragione per cui il libro non corre mai il rischio di scadere nella facile maniera di certa poesia civile: i versi di Aglieco osano rimanere lirici, anche se preferiscono al volo dell’ala quello della freccia, scoccata per trafiggere e non per sorvolare. Scrive Eraldo Affinati nella Città dei ragazzi, un libro certamente diverso, ma tematicamente e spiritualmente assai affine al nostro: «Quello che accade agli uomini non dipende solo da loro. Bisognerebbe studiare il passato di ognuno di noi: risalendo le generazioni di quel groviglio di nomi, cose e persone, c’è da smarrirsi […]. Di chi è la colpa? Ecco una domanda sbagliata». Una domanda che il maestro-poeta evita sempre di porre, ma alla quale tuttavia egli risponde come fece l’uomo al termine della creazione: dando i nomi alle cose. Sull’evento della nominazione, oltre che sul diario felicemente vivo di esperienze vissute giorno per giorno insieme con i suoi giovani allievi, si fonda la struttura della raccolta e lo spirito del libro.

Nominare significa risalire alle radici, al di qua della parola e della falsità, a quella «parte di noi che non ha menzogna/ perché non l’abbiamo mai raccontata» (p. 74). Proprio per questo doppio registro di referenti e significanti, di narrazione e meta-narrazione, si ha spesso l’impressione di viaggiare in un libro illustrato, dove la vita è descritta come in un rebus a figure e dove il gioco riprende la funzione spiegata da Kant: un’attività terribilmente seria, perché mette in atto l’imperativo categorico della libertà umana. A violarla interviene la falsa serietà, la violenza in tutte le sue forme perfettamente addomesticate, che si chiamano impersonalità, egoismo, indifferenza sclerotizzata, collettiva paura del diverso.

Come nella scena rivissuta in apertura, in cui per un banale problema burocratico la forza pubblica arriva a irrompere nella scuola, interrompendo un saggio di teatro e spaventando i bambini. Restano i poeti, restano gli educatori a ripristinare il témenos profanato, a riconsacrare lo spazio dell’infanzia: «qui si fermano le prime parole del mondo/ qui si beve l’acqua buona della festa della vita» (p. 13). Ci riusciranno? Il libro, ancora una volta, non dà risposte. La lettura ci lascia però arricchiti di una forza nuova e incoraggia a procedere, ognuno a modo proprio, nel percorso di ridefinizione di senso cui è chiamata ogni esistenza autentica. Sono infine gli alberi – gli artigiani della luce, gli alter ego dei bambini – a insegnarci più di qualunque maestro zen: «Non vogliamo niente/ essere solo in questo terrore della/ luce, ascoltare la linfa che, salendo/ ci allontana dalle nostre radici». (p. 118).

Alessandra Paganardi

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