L’ultimo libro di Vincenzo Di Maro

Ecco la presentazione dell’ultimo libro di Vincenzo Di Maro, uno degli autori più seri e consapevoli degli ultimi anni.

La Cascina della Poesia

INVITO

La. S.V. è invitata domenica 23 giugno 2019 alle ore 19 presso “La Cascina della Poesia”
in via Faido 76 – Varese

Rita Clivio

presenterà il libro:

UNA STAGIONE NASCOSTA – Poesie

di Vincenzo Di Maro

edizioni NEM srl

*

La mia nota:

Esiste, in ogni parola, il mistero della sua origine, del suo farsi e sfarsi nel tempo. Così, queste poesie, sembrano cavalcare la cresta dell’onda che conduce l’essere verso il suo compimento, non trascurando le pietre miliari delle improvvise parusie, gli epodi, subito dopo l’attacco frontale del senso dell’immagine prima.
Il libro, dunque, affonda le sue origini nell’archetipo acronico della grotta, di una lingua per immagini che è ancora “altro” dalla lingua scritta, eppure già codex, impianto simbolico per niente casuale. Senso che si dirama nel tempo costruendo, mattone dopo mattone, l’edificio di una storia parallela, quella degli accadimenti, del compiersi ineluttabile delle cause e degli effetti e quella sotterranea del senso polimorfico, cangiante e ambiguo come le apparizioni.
I versi, dunque, spesso “appaiono” e “scompaiono”, si alimentano incessantemente di un andare avanti e di un tornare precipitosamente indietro verso quella grotta, evocano nascite e rinascite. Hanno l’ossatura di un corpo elastico tirato verso l’origine e la fine, vivono della tensione che si crea al centro, e cioè nel punto più esposto alla vita, al compimento dei suoi fasti: “ciò che esiste ha un nome“.
La tenzone abita interamente nella caduta di un corpo, nella “retorica” vitalistica del suo abitare, della sua entelechia e della sua entropia; a cui si contrappone un disabitare costante, l’inconsistenza dell’acqua, la sparizione, il rischio di una visione dispotica del mondo.
Così, soprattutto nelle prime sezioni, Vincenzo Di Maro suggerisce la poesia come lingua della preveggenza; non nel senso di un indovinare, di prevedere il disastro, ma nel senso di una lingua capace di sentire contemporaneamente la presenza degli opposti, tra requiem e battesimo. Lingua, questa, destinata ad essere pronunciata sulla superficie traballante delle falde psichiche, splendente quando esaltata e guizzante verso la luce, oscura e incatramata quando precipiti verso il mare oscuro del dubbio.

*

Non mi preparo a niente. Il mio silenzio
non è già una missiva verso te sconosciuto?

*

Troneggia il falco, s’apre sontuoso
il cumulo, la luce misurata
palmo a palmo sopra il fronte boscoso.

 

***

ADEN, RIMBAUD.

La faretra il Mar Rosso,
il cuore inquieto la punta della freccia.
Dopo, le piogge basse, i cieli rovesciati
dove matura il frumento
e oltre il verde tappeto del caffè
i minareti candidi, fusi a filare azzurro,
le magnifiche somale di Harar
per raggiungere Aden
nell’intento segreto di incontrarti.
Voglio capire,
dar retta alle leggende dei carovanieri.
Dove sei adesso, Adamo?
Fino a ieri ero un uomo complicato,
sono ormai l’altro: sbiadiscono le piste
d’Europa, lo stesso Belgio, le beghe con Verlaine.
Mi chiamano Abadallah, mesmerizzato
al sogno di trovarti tra le sabbie
che il sole ingiallisce di urina.
Ho mangiato dell’Albero, condiviso il Peccato,
dato a mio modo nuovo nome al mondo.
Del primo sangue umano ho nostalgia.
Maledetto chi viene ricordato.
Avvinto in questa conca accanto al mare
nel tuo sudario smarrito
attraverso i cunicoli del tempo,
la stia del giorno ha crolli stupefatti
dal tumulto dei fondachi ai deserti:
sono con te, spiato
dal punto lontanissimo, illusorio
dove risiede il Misericordioso
Allah, tra l’aurato dolore
dei tramonti e i dromedari berberi,
le dune.

 

*

La foto è tratta dal blog “QUASI, diario di scritture“.

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