IL SEGNALE N. 112

PARAGRAFI, ANTOLOGIA DI POESIA IN PROSA, a cura di Pietro Montorfani, puntoacapo 2018

Esiste, tra prosa e poesia, la stessa tensione avvertibile, nel modo del recitar cantando, tra canto e recitazione. Una tensione foriera di risultati e sperimentazioni, – il modo della prosa è già rintracciabile a partire “dai prosimetri della tradizione medioevale”, spiega Pietro Montorfani nella prefazione – .

A volte prosa e poesia, a seconda delle esigenze e degli impulsi estetici e culturali, hanno percorso strade parallele, con la prevalenza dell’una o dell’altra; altre volte hanno viaggiato in un clima di coesistenza all’interno della stessa forma, con una tenzone, questa volta, tra canto alto – genericamente lirico – e canto più incline al tempo di Cronos, a un percorso dentro le faccende della Storia.

Così Montorfani: “Un’epoca di accelerazioni estreme come la nostra potrebbe trovare insomma nel genere ibrido per definizione (il riferimento è a Baudelaire e ai suoi poèmes en prose), [] una lingua adatta alla sua perenne narrazione, sia al racconto di una realtà in presa diretta, sia al lento decantare della riflessione esistenziale”.

La commistione, insomma, tra lirica e prosa, poi recentemente approdata nella nostra letteratura, attraverso l’esperienza della “Ronda”, più che rappresentare una modalità retorica nuova, è lo strumento di un altro modo di considerare il rapporto tra mondo e poesia; da una parte superando il tradizionale armamentario della metrica classica, dall’altra abbassando la febbre neoromantica di una lirica alta, aprendo le porte a vie non sempre coincidenti: la sperimentazione sulle strutture sintattiche della lingua, con una deflagrazione delle modalità di senso, l’avvicinamento a una dimensione bassa dell’esistere, a un minimalismo che spesso si veste di connotazioni etiche.

Il quadro, dunque, è complesso, e rappresenta la cornice di riferimento degli autori antologizzati, il cui sottotitolo, “antologia di poesia in prosa”, suggerisce una situazione semantica non assimilabile alla maniera del poema in prosa, tout court.

Siamo di fronte, come detto prima, a un macrocosmo culturale che permette tutte le varianti e tutte le possibilità, persino una riflessione diacronica sulla storia della poesia e sui generi. Da una parte i temi trattati riportano ai modi più ricorrenti di questi autori – la memoria: (Attanasio, Bertoni, Buffoni, De Marchi, Fontanella, Pelli, Pontiggia, Ramonda); la scienza: (Arnaldi, Larocchi); il viaggio: (Anedda); il mito: (Isella, Munaretto, Rossi Precerutti, Vitale) – fino a una prosa, annota Montorfani, “che mette in scena la sua stessa alterità, il suo essere altro dalle forme della lirica, (Jermini, Mancinelli)”.

Prosa, dunque, in certi autori, è ancora metacognizione, sventramento delle forme liriche, com’è stato a partire dall’esperienza dei Novissimi; per altri, sicuramente i migliori, è innesto accorto e di lunghissima resa sulle forme della tradizione lirica, e in questo caso, mi sembra, l’obiettivo non è la deflagrazione, ma la metamorfosi, la graduale scoperta, anche per un tentativo di dialogo col mondo, dei nessi che accomunano realtà e parola.

E’ il caso, per esempio, di un autore come Fabio Pusterla, la cui opera – spesso una prosa lirica messa in versi – è sempre pervasa da una tensione etica, da un desiderio di testimonianza, persino da un afflato civile. Nel caso di Antonella Anedda, la commistione tra prosa e poesia, avviata già a partire dal primo libro, il celebrato “Residenze invernali”, ha lasciato spazio a una semplificazione formale già dal terzo libro, ma con esiti suggestivi praticati nel modo di una critica letteraria assai poco tecnica, improntata, piuttosto, a racconto, a sguardo che si specchia, nel bellissimo saggio “Cosa sono gli anni”.

Stesso rapporto con la realtà, anche se massimamente mimetizzato nella pratica di una metafora/simbolo difficilmente smontabile, l’opera di Giampiero Neri, qui presente con tre brevi inediti in cui forse si coglie con maggiore chiarezza cosa voglia dire “poesia in prosa”, in quanto l’asciuttezza formale e il rapido guizzo descrittivo risultano in totale sintonia con la tradizione di una lirica priva di alcun approfondimento psicologico ma tendente al dato ultimo, al guizzo verticale.

Più che una vera antologia, questi “Paragrafi” sembrano rappresentare il rapido excursus su panorami assai diversi tra di loro, esempio di come la tradizione si sia ormai frantumata in modi e forme assai liberi, non vincolati da scuole, da poetiche forti. A dimostrare che il tempo dei manifesti e delle grandi poetiche si è ormai definitivamente abissato.

(recensione apparsa su IL SEGNALE N. 112)

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