Nino De Vita: gli ultimi due libri

“Sulità”,”Triatru”- Mesogea

Si potrebbe pensare all’opera di Nino De Vita come a un moderno Novelliere immaginato e costruito, nel corso del tempo, da un libro all’altro. Un novelliere in versi, s’intende, ma di natura squisitamente narrativa in cui il progetto, lucidamente sottinteso, riaffiora quasi come dichiarazione di poetica nell’ultima pagina di “Tiatru”, proprio come una voce che sorge dalle acque profonde dei propri intenti dichiarandosi apertamente.

Bisogna riportare alcuni lunghi passaggi di questo testo nella traduzione dello stesso autore:

Ma tu lo sai, Nino,

che cos’è pupa di zucchero,

orzaiolo, braciere, bancone, vasaio,

cos’è rimpinzato,

scherzare, trebbiatura,

cos’è offeso…

Conosci tu i nomi

di quelle cose che stanno

ferme, piantate, nel cielo:

Venere,

le stelle di Orione. E il lampadario, la sarta,

il ciclamino, il pagello, l’orlo della veste,

che vuol dire sgabuzzino,

mastello, bica, tu dimmelo.

Se conosci lo sgombro,

il corpetto, il falò,

il gesso dei sarti…

Io so come gettano le parole.

Aiutatemi chiedo

a ricordare, un uomo

è fatto di parole.

Ci sono quelle miti, le sagge,

le sospirose, ti dicono

lo puoi fare, ricorda; e ci sono

quelle manesche, le apatiche, le avide:

ti cercano per confonderti,

sviarti, allarmarti…

La parola è stomachevole,

vanitosa, sfrontata,

è traffichina, è contorta,

dissennata, solitaria

(…)

Ma tu che vieni qua,

così seccante,

e chiedi e non la finisci,

tu vieni per carpire,

entrare nella mia vita,

sei come un ficcanaso,

una sanguisuga.

Mi bisognano le parole

a me: a sorsi,

a boccate, a soffocare.

Le parole che si sono perse, che si stanno

perdendo.

(…)

Portano le parole

fatti che sono nell’oblio.

(…)

Tu vieni qui e stai,

Nino, tu vuoi sapere

di me.

Io non ho allegrie,

chincaglie luccicanti.

E’ desolata la casa

mia

E’ Berengario uno

sconsolato, veste a lutto,

più solo di un garofano

piantato in mezzo al feudo

di un cefalo nel pozzo.

(…)

Altere sono, villane, complicate

le parole, gelose.

Se le dici vanno dette

accoppiate, assonanti…

(…)

Se non lo fai cominciano a sbandare,

stonano, stridono.

Sono delle miserabili,

il disonore di una famiglia,

infami, deformano i fatti,

portano un uomo alla sventura.

(…)

Lasciami. I fatti miei

sono miei, non scavare.

A te bastano le parole.

E pure mi bisognano,

o Berengario, i fatti,

gli dissi.

Il punto, allora, non è solo rievocare le parole, scrivere un vocabolario di parole morte, rivitalizzarle con nuovo sangue, ma partire dai fatti, dalla narrazione dei fatti. Cosa sarebbero, del resto, le parole, senza i fatti? E cambiano i fatti se cambiano le parole?

Questo dubbio si comprende meglio se si considera l’urgenza che investe il poeta – tu fai anche il critico, io sono poeta e solo questo so fare – mi scrive Nino De Vita, dichiarando, in fondo, che il compito del fare poesia, nel suo caso, è una missione incompatibile con altri impegni, e non può essere distolto, sviato, distratto; perché i fatti scompaiono velocemente insieme alle parole e per stanare le parole che si nascondono, bisogna partire dai fatti.

Fare poesia vuol dire ricordare i fatti usando le parole che li evocano, e cioè le parole della natura dei fatti, non quelle postume, imbastardite dalla modernità. Ne consegue che la memoria, concentrata e non sviata, preoccupata della perdita delle parole, è memoria che mette la sordina all’afflato emozionale, alla sostanza psicologica delle azioni descritte.

Le parole non sono i fatti, dunque; nel tempo i fatti e le parole prendono direzioni diverse: i fatti entrano nel libro della storia e dei ricordi; i narratori postumi, pur potendo evocare i fatti, ne disconoscono le parole.

La poesia di De Vita scaturisce dalla tensione di non perdere memoria, nel tentativo di ricostituire l’unità perduta delle cose accadute e delle parole che le hanno dette in presa diretta. Così, gli ultimi due libri, “Sulità” e “Tiatru”, si possono considerare come approfondimenti della sostanza narrativa della rievocazione, che è forma di una particolare memoria non dotata di reverie.

E’ straordinario pensare come, pur dopo il trascorrere di pochi decenni, il perduto risulti quasi irrecuperabile. La memoria, insomma, s’incunea come necessità in un tempo brevissimo, corrode ogni cosa in maniera estremamente veloce fino a lacerarne la sostanza. Più che gli uomini e i loro manufatti, si salva la natura, vivificata dalla ripetizione ciclica delle stagioni. Gli uomini, come si può capire dal bellissimo dialogo con Berengario, sono anime ferite, che non desiderano parlare chiaramente della loro vita.

Forse è per questo che nell’opera di De Vita le parole più antiche sembrano essere quelle che nominano le cose naturali, nel desiderio di preservare il teatro di una natura non violata, primordiale, dimenticata dagli uomini. Quando De Vita descrive la terra, il paesaggio risulta ancestrale, selvaggio, e le parole quasi fossilizzate, immutate. Si potrebbe dire che, mentre gli uomini fanno, del loro agire, teatro e tragedia, lo sfondo è un teatro naturale quasi metafisico, che richiede le parole meno soggette alle mode del tempo.

Eppure, narrazione non è cronaca. Questi dialoghi e monologhi sono costruiti non per essere letti ma per essere raccontati oralmente. Sono forma, essi stessi, di un modo che non si pratica più, assai lontani da una letteratura poco interessata alla sorpresa e alla sottrazione, che piuttosto, squaderna ogni cosa e, proprio per questo, risulta, spesso, pornografica.

Il genere narrativo reinventato da De Vita è quello del “cuntu”, racconto, una dicitura che in parte potrebbe coincidere con la fiaba – raccontare cunta, nel mio dialetto, voleva dire, in generale, raccontare storie, quasi mai precisamente coincidenti con i fatti, col reale – .

Si tratta di un modo di scrivere che include anche i tratti prossemici della comunicazione, quindi teatrali, indicazione che può chiarire l’aspetto evocativo della scrittura di De Vita, avvertibile per alcuni fatti: l’apparizione, qua e là, come fantasma o nume tutelare, di Ignazio Buttitta, il cantastorie per antonomasia della poesia in siciliano, quasi l’indicazione sottintesa di stratigrafie culturali. Si leggano poi i finali di molti di questi racconti: sono conclusioni bellissime, sospese, in cui il fatto non approda a un conchiuso finire ma richiede la partecipazione del lettore, la sua capacità di immaginazione. Queste “sospensioni” di trame “inconcluse”, rimandano alla tecnica orale del raccontare, alla suspance del “romanzo”. Inoltre sottintendono quasi delle didascalie teatrali su come “recitare” un certo passaggio, come accentuare un tratto piuttosto che un altro, un clima misterioso reticente.

Infine: la traduzione in italiano di questi testi non è da considerarsi come una traduzione di servizio ma una resa del parlato, della sua intima sostanza teatrale. E cioè queste traduzioni sono “testo” a tutti gli effetti, da sostituire, per necessità o per semplice fruizione estetica, al siciliano. Queste traduzioni non recuperano, certo, il complesso vocabolario del siciliano di Nino De Vita ma ne conservano, illuminandola, l’intima struttura sintattica, l’ambient, la coloritura fonica.

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