Danilo Mandolini: Non è permesso piangere, qui

Danilo Mandolini, Anamorfiche, Arcipelago Itaca 2018

Almeno nella prima parte del libro, il dato saliente sembra essere quello di una poesia sullo stupore, e cioè su un dato mentale dell’esperienza. Si potrebbe dire: il calore freddo della riflessione che sospende il coinvolgimento, lo sturm und drang, a favore, invece, di una esplorazione degli elementi che costituiscono l’ossatura delle parole, di ciò che diciamo di noi stessi e delle cose.

Questo procedere, oltre che voler conoscere, vuole anche riscoprire un paesaggio iniziale, depurare dell’eccessivo, dalle stratificazioni dolorose:

[aspiro a conoscere a fondo,

fino in fondo,

l’essenza ultima e vera

d’ogni stupore.

Dove dimora, dove si sofferma,

verso dove, o chi, o cosa

si muove, l’eco che fa –

se ne fa, se s’ascolta –

dileguandosi.

(che pace però,

qui)]

p. 41.

L’inizio, dunque, “Tutto, comunque, precipita dalla luce”, p. 43. E l’inizio, sembra suggerirci Mandolini, accede sempre, come la prima volta, nei gesti non controllati, nelle ripetizioni rituali del quotidiano. Irrompe, persino, nella contemplazione dei paesaggi, nel trascolorare degli eventi naturali – una successione compatta di testi è proprio dedicata alla natura -.

A scongiurare ogni pericolo di idillio, Mandolini si muove nel contrasto tra orizzonte naturale e il limite, anche mentale, inventato dagli uomini, vedi il testo “Stoccolma, la sindrome”. “Di questo sussistere mite / che puntuale m’imprigiona io / ancora m’invaghisco”, p. 46, con esiti successivi ascrivibili a un limes metafisico di natura leopardiana; limes che non può essere superato, e che poi riguarda sempre l’umano, il suo dominio di “memorabilia”, di oggetti consunti e deperibili.

In “Psichedelie dei rumori, delle voci e dei suoni, Due”, il capitolo che chiude la prima parte del libro, le psichedelie riguardano, ora, le voci, la scomparsa delle voci umane – le tre citazioni da Campana, Sereni, Pasolini sottolineano un clima di sommessa nostalgia del perduto – così come il suono da cantilena dei primi testi della sezione, quasi un crepuscolarismo dei corpi ammuffiti, corpi che entrano nel mondo con la baldanza dei giovani e ritornano nel silenzio rimembrando e desiderando ancora quella baldanza.

E’ la sezione in cui il peso del tempo si sente di più, proprio perché è il pensiero che lo avverte, lo può dire. Lo stile, dunque, è a tratti più tremante, sospeso tra storicismo e malinconia e il ritorno ai segni dei cedimenti naturali sembra costituire ancora una forma di raffreddamento, di resistenza.

Ma il libro, insomma, procede verso un’ascesa emotiva che ha il suo culmine nella preghiera di una via crucis a tappe, le nostre, questa volta, segnate dalle invocazioni a un dio del nulla, che non c’è, eppure pesa con la sua assenza, lungo le tappe della nostra condizione destinale.

Il sancta sanctorum di un dio feroce che non ha nome è, però, almeno il luogo di un mistero insondabile, sacro, proprio perché innominabile e oscuro che esige rispetto, non fosse altro che per preservare il non senso del mistero.

A questo mistero si oppone, invece, il pantheon delle nuove funzioni cerimoniali in cui si celebrano i riti del consumo e della mercificazione: il tutto pieno delle merci offerte come oro incenso e mirra, sotto la promessa immediata della regalità della pancia piena, della bulimia occidentale alla quale quasi tutti possono accedere.

E’ il tema, insomma, e non a caso, finale, del mondo che ci abita, che, in nome di pochi, dei ricchissimi innominabili come il nome innominabile di Dio, ha edificato un nuovo concetto di essere, una nuova arcadia soporifera prima del grande scoppio, della fine.

Segnalo la raffinata impostazione editoriale del libro, quasi un oggetto, utile a essere appoggiato sul tavolo, guardato, toccato, in sintonia tra testo e immagini, tra pagine lasciate bianche e citazioni in grigio.

ALCUNI TESTI

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