Guglielmo Aprile: quattro libri

E’ d’obbligo, per il critico, allorché un autore abbia pubblicato, nel corso degli anni, un numero significativo di lavori, seguirne il percorso, segnalarne le evoluzioni e i cambiamenti; persino le involuzioni servono a decifrare il contesto di un’opera, le sue motivazioni, le sue stanchezze, eventualmente le sue furbizie.

E’ più facile immaginare questo lavoro nel caso di un autore affermato, per il quale i critici , in genere, riservano sempre un encomio, anche laddove i risultati possono variare nel tempo, mantenendosi in una dimensione non sempre altissima. Più difficile, per distrazione o disonestà, occuparsi di un autore poco conosciuto – almeno che non se ne faccia un caso letterario, come a volte è avvenuto, e ancora avviene, anche in tempi recentissimi – .

“Compitu re vivi”, in genere, per scelta, ha dato spazio in questi anni a una poesia in ombra, considerata minore non necessariamente per qualità ma per scelta di collocazione periferica sia da parte dei critici che, a volte, dello stesso autore.

Di Guglielmo Aprile, per esempio, anche se non ne ho mai scritto, ho letto parecchi libri della sua già vasta produzione: “Nessun mattino sarà mai l’ultimo”, Zone Editrice 2008, con una prefazione di Giuseppe Conte; “Primavera, indomabile danza”, Oédipus, 2014; “Calypso”, Oédipus 2016; “Il talento dell’equilibrista”, Ladolfi 2018, prefazione di Giuliano Ladolfi; “I masticatori di stagnola”, LietoColle, 2018. Anche se a questo elenco mancano dei libri, credo che il numero sia sufficiente per abbozzare un’idea generale della poetica di Aprile, con la possibilità di individuare uno spartiacque assai netto tra un primo e un secondo stile.

Così Giuseppe Conte nell’ introduzione a “Nessun mattino sarà mai l’ultimo”: “L’uomo, nel libro di Guglielmo Aprile, è un figlio dell’universo, di un universo visto nel suo misterioso essere in perenne movimento e mutamento, come lo vide William Blake, con una mano remota che comanda alla vita di schiudersi e perpetuarsi. (Poesia) di un visionario che sogna un mondo diverso, che capisce che soltanto una utopia sconvolgente e ancora inconoscibile sarà la salvezza della Madre Terra e di una umanità discesa verso l’inferno del non senso, del nichilismo, del distacco dalla natura, dal mistero, dalla sacralità, dalla bellezza”.

Conte, insomma, inquadra questa poesia nella cornice del suo mitomodernismo, rivelandone tratti stilistici non assimilabili al contesto italiano. Non so se tutta la poesia di “natura” possa considerarsi, in qualche modo, “orfica”, nel senso di un sommovimento, di un anelito al compiuto, di un ritorno a un’ancestrale armonia. Sta di fatto che questa poesia aspira spesso a una dicitura poematica di vasto respiro; quindi al verso lungo, caratteristica mantenutasi in genere anche negli altri libri di Aprile con una tenuta retorica assimilabile a una lettura a voce alta.

Si legge in questo libro, un Withman meno spigoloso, addolcito dalla lezione storica di un poematico quasi cavalleresco di natura occidentale – per libri di questo genere si potrebbero indicare i modelli “totalizzanti” di poeti come Pablo Neruda, Pedro Salinas…sospesi tra realismo arcaico e surrealismo romantico. –

Il tono non cambia di molto nelle prove successive: “Primavera, indomabile danza”, “Calypso”.

Il tema della primavera è sviluppato secondo due percorsi: da una parte la forza tellurica e creatrice, una panspermia che ogni cosa permea – “Dio è ovunque siano liberi cieli, e vasti”; dall’altra uno stilnovismo leggero, sicuramente pittorico; il tutto inquadrato in una sorta di malinconia del perduto, in contrasto col qui e ora, nella corruzione del presente e del contemporaneo.

In “Calipso”, Aprile imbastisce un racconto unificato dal tema dell’isola felice, di un’arcadia perduta per sempre. L’isola di Ogigia è evocata in una sorta di attraversamento temporale di epoche e di spazi, un’epopea sensuale che ha il sapore e l’odore di un Oriente favoloso.

Negli ultimi due recentissimi libri si assiste a uno scatto stilistico di notevole portata: “Estraneo a ogni sfaccettatura lirica, il poeta si addentra in questioni capitali (…) con un disincanto che non permette alcuna consolazione, con una lucidità tragica che non lascia via di scampo”, (Prefazione di Giuliano Ladolfi a “Il talento dell’equilibrista”).

E’ lo spartiacque a cui accennavo precedentemente. Nessuna traccia, in queste due ultime prove, dell’ottimismo universale espresso precedentemente quanto, piuttosto, un avvicinarsi alla precarietà del quotidiano.

La lingua è dunque quella di un parlare monologante, spesso astioso e polemico, da una parte verso la condizione sociale dell’essere, dall’altra verso la sua condizione ontologica di essere cacciato dal paradiso terrestre, facendo pensare, a chi abbia letto i libri precedenti, che il gesto miracoloso del dare vita si sia trasformato in inutile dispersione, in inutile imbrattamento di un Nulla virgineo.

Così il titolo “Il talento dell’equilibrista”, forse allude al difficile compito del vivere in sospensione senza precipitare tra le fauci della bestia, “Meglio non essere troppo informati / sul prezzo odierno della guttaperca, / nuotare nei limiti consentiti / dalle boe di galleggiamento”, p. 72.

L’ultimo libro, “I masticatori di stagnola”, espande il clima di allarme, anche in vista, sembra di capire tra le righe, di un’apocalisse già alle porte, di uno sturm und drang, questa volta caotico e apologetico; un regno in cui ogni cosa, ogni evento, hanno perduto la loro collocazione logica; destrutturati, a brandelli, stagnola masticata, meteore alla deriva.

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