Paolo Lagazzi: critica e magia

Paolo Lagazzi, IL MAGO DELLA CRITICA, La letteratura secondo Pietro Citati, alpes 2018

Fare la critica di un libro di critica è un’operazione difficile. Innanzitutto perché si è davanti a un pensiero che già esprime un punto di vista su una certa opera – in relazione o in contrasto, in distacco o in partecipazione non importa – delineando un clima teatrale di svelamenti e nascondimenti, di dialoghi e monologhi, di trame che cercano di definirsi e anche di percorsi che non portano da nessuna parte.

Esprimersi su un libro di critica vuol dire, quindi, prendere in carico non solo il pensiero di un critico che ha già attuato, a sua volta, un’operazione di presa in carico, ma anche il primo oggetto a monte dell’indagine: l’opera considerata, che ora ci giunge filtrata, mediata; che chiede ancora un senso al nostro sguardo e così continua a sfuggire, tra le parole di chi l’ha evocata e le nostre.

Nel caso del libro di Paolo Lagazzi, dunque, il paradigma è questo: un critico (il sottoscritto), parla dell’opera di un critico (Paolo Lagazzi), il quale sta commentando l’opera di un critico (Pietro Citati).

La questione, così espressa, sembra dirci qualcosa su che cosa sia veramente quella strana cosa che è la critica, e cioè un un prisma che riflette l’opera, la proietta e la moltiplica restituendone la complessità, piuttosto che suggerirne semplificate chiavi di lettura. Si potrebbe, dunque, smontare il paradigma piramidale appena espresso, porre la questione partendo direttamente dall’opera di Pietro Citati e verificare come questa abbia stimolato la riflessione di Paolo Lagazzi e di conseguenza la mia.

Del resto, Lagazzi, all’inizio della sua riflessione, ammette egli stesso di trovarsi dentro un ingranaggio stringente di decriptazione, suggestivamente rappresentato, in termini concretissimi, dalla dimora di Giuncarico dove viene ospitato per qualche giorno dallo stesso Citati con l’intento di preparare l’introduzione al volume antologico delle sue opere uscito nella collana dei Meridiani. E’, quindi, lo stesso Citati a catapultare Lagazzi nell’intimo recinto della sua opera, mettendolo nella condizione di elaborare un strategia investigativa, un salto interpretativo, possibile solamente se si è disposti a varcare il passaggio di una porta ancora chiusa.

Fare critica vuol dire passare attraverso, evitare il muro frontale con l’opera; la quale è sempre pronta a mostrarci un viso corrusco, uno stato di chiusura, suggerendoci, invece, come alternativa, la sfida dell’indagine segreta, e persino soteriologica, dell’individuazione dei segni universali che l’hanno attraversata e che inesorabilmente attraversano la nostra vita.

Nella casa di Giuncarico, dunque, Lagazzi, medita su quale sia la porta giusta da aprire, quella più segreta, nascosta dietro le tende di una stanza.

Conviene riportare dei passaggi: “La dimora era di proporzioni tali da farla assomigliare più a un castello che a una villa. Solo una minima parte delle stanze, credo, era usata dai Citati e dagli ospiti; altre stanze, di cui intravidi le porte sigillate o delle quali intuii la presenza come ombre acquattate dietro le tende, velami o sipari, erano chiuse da chissà quanti anni”, p. 4

E’ un passaggio che ci dice come, attraverso una descrizione di coloritura letteraria, un’invenzione, Lagazzi provi a varcare l’universo di segni e simboli utilizzati da Citati, attraverso una corrispondenza diretta, successivamente esplicitata, tra il sé interrogante e l’altro (l’opera – il suo autore).

Se la casa appare un universo complesso, a tratti oscuro, un castello in cui i significati sono sotterranei, è già suggerita la natura di ogni opera letteraria come tabulato di segni, di formule, di stratificazioni culturali e persino di salti spazio temporali. E’ conseguenza pensare allora alla figura del critico non come funzionario che discerne e mette in ordine i documenti, le carte, i tabulati – che fa storia della letteratura, per intenderci – ma piuttosto “mago”, la cui arte è proprio quella di affondare le mani nel grande ventre della Natura, l’Ente che contiene ogni cosa, anche le opere letterarie, alimentandole di linfa e ammantandole della protezione gelosa di antichi dei.

Ecco, dunque, paragonato Pietro Citati, a un mago, al mago dei maghi; a quell’Ermes progenitore di tutta una dinastia: Pitagora, Paracelso, Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, Giordano Bruno, fino a Wolfango Goethe; personaggi tutti posseduti, dice Lagazzi, dal “sentimento dell’Uno e della Metamorfosi cosmica”, p. 6.

La cosa notevole è che Lagazzi intuisce che il tema della magia, quindi dell’illusione, attraversa le parole con la stessa concretezza dei gesti e che magia alta e magia bassa, volgare prestidigitazione, non sono slegate. Egli stesso, abile “mago”, si esibisce di fronte alla famiglia Citati in alcuni trucchetti, suscitando l’ilarità del critico e suggerendoci che l’arte di interpretare e l’arte di manipolare magicamente la realtà sono accumunate dallo stesso tema dell’illusione, di una splendente illusione – “Proprio lì, in quella maliziosa e candida capriola sonora, sentii vibrare il suono del Tao” -, p. 7.

Ma illusione è anche inganno, porte aperte che non conducono nella direzione voluta; che introducono altre porte, altri percorsi, persino pericolosi.

Ce lo dice lo stesso Lagazzi, descrivendo l’episodio in cui viene invitato da Citati a fare una nuotata. Mentre il grande critico procede a larghe bracciate verso il largo, Lagazzi si fa prendere dalla paura infantile dell’acqua ed è costretto a tornare indietro col fiatone.

E’ l’altro aspetto del tao, il volto oscuro e imprevedibile della vita, quantificabile solo dal caso e dalle probabilità.

Mi è stato necessario attardarmi sul prologo del libro perché mi sembra contenere in nuce tutto il discorso successivo sull’opera di Pietro Citati, giustificato, naturalmente, oltre che da una lunga conoscenza, anche dal’intuizione metaforica di “un maestro tranquillo nel sondare il gran mare dell’Essere”, conoscitore profondo del Tao, difficile da seguire o da inseguire nel gran mare tempestoso della conoscenza.

Sono due, dunque, i grandi autori citati, già da questa partenza – il Tao, e Goethe – dal critico Paolo Lagazzi, ma con l’avvertenza del considerare il lavoro del critico un’approssimazione all’Opera, un inseguimento che non raggiunge mai l’obiettivo. Così come Lagazzi prova a raggiungere l’opera di Citati, allo stesso modo Citati, nuotando al largo con fare “più esperto”, insegue a sua volta la grande costruzione dell’opera letteraria, dilatando i confini del senso; come le approssimazioni del Tao, una delle poche testimonianze letterarie capaci di rappresentare la complessità della vita, le infinite sfaccettature dell’essere.

L’alternativa a una critica positivista, de/costruttivista, di stampo razionalista, è una critica che attinge al vasto patrimonio simbolico dell’umanità e che, quasi per necessità intrinseca, sceglie di rapportarsi a quelle opere che, per la loro intima natura, si presentino massimamente polimorfe, già disposte a farsi attraversare da sguardi di apertura, da avventure di pensiero.

Il tessuto del testo costituisce una geografia polimorfa che crea sensi, amplificati da quelli di un lettore non sprovveduto disponibile a farsi catturare, illuminando tutte le volte l’opera di una luce nuova e reintrecciando i fili in modo che il testo possa riapparire rivoltato, in controluce, ricompreso.

L’opera è, dunque, paragonabile alla sostanza misteriosa di una pietra filosofale; alchimie sono le operazioni del critico mago, così come magie del mondo sono i libri, un diverso modo, tutto umano, di raccontare il mistero e di rappresentarlo con le parole.

Centrali appaiono, dunque, nell’opera di Pietro Citati, alcuni autori, dislocati nel suo laboratorio senza alcuna censura filologica, sottoposti, piuttosto, alla verifica dell’esistenza di un universo più vasto di segni e relazioni…il tutto sotto la tutela del “demone dell’analogia”, in una perpetua “invitation au voyage”, “dentro il movimento della vita”, “verso il passato e verso il futuro: verso le profondità del qui e gli abissi dell’altrove: verso tutte le ipotesi del possibile”, p. 31.

E dunque: l’universo simbolico del Flauto magico di Mozart; il lavoro dedicato a Goethe, un libro del 1970, in cui Citati sottolinea la concezione “non storicistica ma – organica – della creazione” del grande autore tedesco, il quale era interessato a una concezione assoluta dell’opera, si direbbe “musicale” – la ricerca dell’assoluto è la vera musica, “la vera dimora della nostra anima” -.

Si tratta della ricerca di un pensiero sotterraneo, parallelo, forse divergente, che attraversa la Storia e la informa delle relazioni e delle rappresentazioni della Natura – in questo senso esoterismo e alchimia non sono in contrasto con ricerca e classificazione; sostanze sulfuree, ctonie e sostanze luminose costituiscono, alchemicamente, gli stadi di un diverso modo di intendere la materia, la loro causa e la promessa di una bellezza futura.

Dopo l’indagine su Goethe, scrive Lagazzi, l’opera di Pietro Citati “si dirama in quattro categorie di testi: accanto ai libri-ritratto dedicati a narratori supremi, (…) ecco i libri che, ritraendo un uomo (…) dipingono insieme un orizzonte mitico e tutto uno scenario di civiltà; accanto ai libri tappeto (…) in cui i fili diversi della letteratura, della mistica del mito e della storia si intarsiano fittamente tra loro, ecco i libri-conversazione più lievi e ironici, più orientati sulla cronaca e sul costume”, p. 39.

L’opera di Citati, si fa, per conseguenza, variazione essa stessa, discorso non concluso, aperto, svelato dalle altrui avventure; svelante, nel senso, forse, di una illumination graduata, via via più profonda, più completa. Secondo Jankélévitch, scrive Lagazzi, “tra segreto e mistero c’è la stessa distanza che separa il simbolo grammaticale dal simbolo pneumatico – mentre il primo è un enigma rituale, un indovinello per iniziati, un segno linguistico di riconoscimento per gli adepti di una setta o di una confraternita occulta, il secondo è misterioso in un senso cosmico, metafisico e spirituale”, p. 105.

Acquista grande rilevanza la citazione di un libro di Pietro Citati, “Il velo nero”, tratto da un racconto di Hawthorne, in cui si narra del reverendo Hopper che decide di coprirsi il volto con un velo che non toglierà mai più, neanche di fronte a Dio nel momento della morte; a dirci della natura massimamente complessa delle opere d’arte, oggetti da sottoporre a uno svelamento infinito -. Mentre il compito delle opere letterarie, come ricorda Proust, “è liberare la vita dai veli dell’insignificanza, della dispersione del caso, il critico deve misurarsi con la sostanza intima della letteratura per riconoscere ciò che essa indica o svela”, p. 103.

Occorre una precisazione importante, chiosa Paolo Lagazzi, ed è questa: “Egli (Pietro Citati) sa bene che l’esercizio del velare e dello svelare non può essere una scienza: o è un’arte di carattere ermetico, da praticare con sottigliezza, finezza e flessibilità – quella flessibilità che è anche una forma di sensibilità erotica – o rischia di diventare una trappola, una ragnatela, una dura prigione, un banale atto meccanico”, p. 104.

La precisazione, quasi a conclusione del libro, avvalora l’idea che l’arte del critico è, appunto, un’arte, e forse, allora, una forma del pensiero letterario. Se ogni opera è uno squarcio di parole sul mistero che ci abita, una deflagrazione dentro l’oscurità del nostro essere e agire, il critico è un Virgilio che accompagna l’opera, che la rende “disponibile” per il breve tratto di un’amicizia destinata a rinnovarsi ogni volta che rileggiamo.

Qual è il segreto ultimo di questa magia? Il coraggio di osservare come nel cuore delle cose sanguini una gigantesca ferita? Il credere con Robert Walser che il mondo, quale esso sia, è colmo d’incanto? La certezza che solo nei sogni possiamo essere liberi? O la speranza che, malgrado l’infinito mistero, tutto un giorno sarà svelato?”, p. 114.

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