Maurizio Gramegna: Oltre il vetro degli occhi

Esce il secondo libro di poesia di Maurizio Gramegna nella collana “Radici”, diretta da Gabriela Fantato (Il Leggio editrice). Questa la mia introduzione.

In bocca al lupo caro Maurizio.

Sono venuto a te, questa sera

Il secondo libro di Maurizio Gramegna si situa dentro il racconto di un paesaggio di memorie, un’enclave del vivere in cui pochissime sono le parole che valgono e riconoscibilissime le presenze, i segni.

Il libro si apre con alcuni testi al tempo futuro, proponimenti di cose da fare e oracoli del tempo che verrà, previsioni “metereologiche” di un tempo che già si conosce perché ripetitivo e ciclico, e tuttavia offuscato dal turgore barocco della modernità, capace di inghiottire e triturare stratificazioni culturali di millenni.

Questo protendersi al futuro, dunque – non opporrò resistenza…si saliranno scale…le mani si muoveranno precise…un volo di foglia ci stupirà… – non è altro che l’oggetto di un imperativo, di un atto di potenza debole; l’intenzione di un ribadire, di un voler essere fuori tempo; di un essere “da un altrove”, “Oltre il vetro degli occhi”, infine.

E’ l’autunno che apre le porte del libro, preparandolo al rigore dell’inverno, al tempo della meditazione: “Vestirò il mio saio / calmerò le sacche di sale”… Ed è un elenco di verbi, di cose da fare, di compiti, come se il compito più necessario fosse quello, ad un certo punto della propria vita, di non scrivere più, di vivere e basta; di stare a contatto con le urgenze semplici; prima ancora della proclamazione della festa, della splendente primavera.

Si scrive da soli, ci insegna Maurizio Gramegna, e scrivere è un altro modo dello sguardo e del lavoro, dell’interrogazione senza risposta. Nella poesia si realizza la solitudine dello sguardo costretto a ritornare alle poche certezze di un tempo ciclico fatto di perdite improvvise e di improvvise apparizioni.

Ritorni: ritorno della terra arata, delle nascite, dentro un tempo che Gramegna sente come naturale, destinale. “Sarò fertile più del letame / mi guarderò germogliare…”

Mi sono chiesto, leggendo questo libro, che cosa possa restituire alla terra l’esperienza della poesia: molto semplicemente il suo corpo naturale; sfaldarsi e germogliare; la parola, essa stessa, coinvolta nell’incessante ciclo delle morti e delle rinascite.

“Davvero siamo solo corpo e pensiero? / Lo so, non serve una risposta; (…) / Immagino anche le menti; come ragnatele. / Fili capaci di dire a me dell’agonia / del mio pasto, / del mio vivere di prede / ma insieme del tocco della foglia, del suo /inganno, del suo farmi accorrere per nulla. / Ecco, la speranza è che anche il pensiero si inganni, che faccia come me, / ragno che ascolta I fili, / che corra indifferentemente al pasto e al nulla, / ma sempre con la stessa speranza”.

Sono versi che si situano dentro la consapevolezza ormai raggiunta da molta poesia contemporanea, e cioè che la frattura del “mal di vivere” va ora ricomposta nella necessità di un senso generale che contenga tutte le fratture, tutte le speranze.

Nella seconda parte del libro, interamente composta da un poemetto dedicato al fiume Po, è evidente il senso di un incessante trascorrere. Lo sfondo è un’idea di esistenza avvalorata dallo stesso Gramegna attraverso una citazione del Siddharta di Herman Hesse, (Serenamente contemplava la corrente del fiume…)

Eppure non si tratta di giungere precipitosamente alla conclusione dichiarando un’intuizione bruciante, definitiva. Ciò che conta, piuttosto, è il racconto che il fiume contiene (Gli pareva che il fiume avesse qualcosa di speciale da dirgli, qualcosa ch’egli non sapeva, qualcosa che aspettava proprio lui)…”

E’ così preservato il segreto, l’apprendistato della vita, l’immergersi ed emergere dal fango, le parole dei vecchi, tutte le ferite, tutte le attese. L’esperienza del trascorrere non è, allora, quella definitiva della vita, perché, mentre la corrente in piena strappa lacerti e li trascina verso il mare, negli anfratti e nelle secche la vita alimenta le sue ragioni d’esistenza, piccoli segreti, piccole strategie per sopravvivere.

Il corpo del mondo decide di prendere la via del mare solo quando è stanco, prima vuole sopravvivere nell’attesa; essere, nonostante tutto: “Aspetto che si fermino i cerchi / cada il ramo, si formi intero / il tondo giallo alla mia destra. (…) Certo, lo vorrei, / vorrei essere la corrente / non la stanchezza di questa / lanca eterna.”

Le parole rivolte al fiume/padre costituiscono così il resoconto di un compito e di una crescita, fino alla dichiarazione di un essere “come un figlio storpio / da imparare ad amare”. Ma anche constatazione della perdita del padre stesso, dell’immiserimento del suo senso, segnalato dall’imbruttimento di un intero paesaggio naturale. Perché, quando l’uomo modifica e traumatizza la natura, in fondo è della sua stessa metamorfosi che sta parlando, della sua anima imbruttita e indocile, del desiderio di recidere qualcosa, andando non si sa dove, verso il mistero delle stelle o il profondo limo del padre fiume: “Non sei più niente, che ti devo dire. / Nemmeno buono d’annaffiare i campi. (…) Ma guardati. Non provi vergogna? / non senti la rabbia che ti cresce dentro? // Ed io che ti credevo un Dio”…

Sebastiano Aglieco

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