Maurizio Casagrande: poesia è una bestia malefica

Maurizio Casagrande, In sènare (In grigio) Ronzani Editore

A leggere la poesia di Maurizio Casagrande nel suo insieme, si ha la netta impressione di trovarsi davanti un pensiero divergente rispetto al panorama poetico dei nostri anni: irriverente, impulsiva, diretta fino allo scontro; ma anche sincera, intrisa di malinconia nei momenti più personali, più raccolti. La si legge in italiano per necessità di senso ma quella di Maurizio è una lingua profondamente ancorata alla ruvidezza del suo dialetto – ogni lingua non è solo la sua forma ma il terroir, direbbero i francesi, che l’ha informata. – Lingua è, poi, per conseguenza, psicologia, personalità, carattere, tutti elementi esposti nella trama del testo con la massima illuminazione, senza sotterfugi e inganni.
E’ salutare leggere queste poesie che si espongono, perché Maurizio non abbassa quasi mai il tono del discorso e della polemica, e questa è una caratteristica che impatta fortemente contro il gracile muro delle poetiche sofisticate, degli imbellettamenti letterari, degli stili scelti per tornaconto personale; delle ipocrisie mai dichiarate dei poeti contemporanei: “Lingua o dialetto? // ci impiego un istante / a sciogliere questo nodo: // Non c’è nessuno / che mi tenga testa / quando scrivo / nel mio pavano ruspante!”, p. 60.
Poesia, quindi, che può far storcere il naso, o sorridere, per nervosismo; proprio perché sincera, ma per niente sprovveduta, che assume la sincerità del dialetto come traguardo di risultato poetico, desiderio di altezza – neanche una metafora in questa poesia, al massimo qualche similitudine! –
Poesia profondamente umana, in cui campeggia non solo l’io del poeta, assurto quasi a monumento di un “profeta” sbeffeggiatore, di un cantore cieco profetizzante, ma anche tutta un’umanità derisa e sconfitta, partendo, senza timori o pruderie letterarie, dalla propria biografia, dall’inferno del nostro scontento.
Maurizio salva sempre l’innocenza nei suoi testi: i bambini, soprattutto, e le poche persone che con sincerità riconosce come amici; salva con rabbia la memoria dei bambini “seppelliti / a Longarone”, prendendosela con la burocrazia e la tecnocrazia, auspicando, per rabbia e desiderio, una rivoluzione di parole, non certo di sangue; le parole dei poeti, delle azioni dei santi e delle persone per bene: “la profezia dell’Ernesto / frate in Nicaragua / o di quel prete chiamato / David Maria ma senza / bisogno di appendere gente / ai lampioni, senza versamenti / di sangue soltanto con la forza dirompente che appartiene / alla carità / solo col rovesciare questo decrepito / calzino di un mondo / unicamente con le contate parole / che occorrono / per avere poesia”, p. 20.
Ecco un manifesto letterario chiarissimo. Che siano le poche contate e necessarie parole del mondo a fare poesia e che non sia la poesia a dire del mondo con tutto il suo complicato armamentario di retorica burocratica. Non tutti sono autorizzati a fare poesia, dunque, ma solo quelli degni di dire del mondo indossando la casacca dell’umiltà e del mal di vivere, di essere: ” quello che conta è stare / in silenzio raccolti / in una stanza da soli / con un foglio di carta vuoto / e ce ne vuole / prima di trasformarlo in oro! / mentre io che il diploma / devo ancora guadagnarmelo / vi dico di non chiamarmi / poeta / semmai / ascoltatemi soltanto un poco”, p. 36.
Ai poeti “cattivi” Maurizio augura il peggio, e così deve essere, se la poesia travalica la vita riducendola a strumento, mezzo, senza il coraggio di farsene ferire, e però in nome di tutti, della specie, non solo di se stessi. La poesia non deve fermarsi in noi ma attraversarci, trovare parole che non siano solo per noi; anche a costo della rinuncia, dell’autodafé: “se qualcuno mi dice / che gente come Saba, Pascoli o Montale / gli stanno proprio sul gozzo allora / lo strozzo e gli auguro la bella sorte / di trovarseli sulla luna i poeti / che cerca oppure può stare anche senza / che tanto per lui non fa differenza masticare / un pane appena sfornato o una fetta già rancida / di polenta ma se avete solo pelo / dentro al petto allora non avreste rispetto / nemmeno se a cantarvelo fosse il mio amico Sebastiano o suo fratello Giacomo”, p. 56.
Maurizio esprime nella sua poesia il sentimento di una dimensione autentica del vivere, almeno tra le difficili mura della casa degli uomini. Perché il mal di vivere è già nella natura del mondo, nello sguardo dei gabbiani che “non conoscono il sorriso / né il silenzio (…) furenti e senza pace / senza bontà // uccelli di tempeste / uccelli che mai mettono radici / che sorgono dalla spuma /del mare e mai / fanno ritorno / belli ma feroci / quanto gli aguzzini nei lager / perennemente colpevoli / e disperati”, p. 74.
Attendiamo di Maurizio il suo libro più feroce e commovente, Dàssea ‘nare, (Lasciala andare).

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