Una lettera di Annamaria Ferramosca

Ricevo e pubblico, col consenso di Annamaria, questa commovente lettera su “Infanzia resa”. Come ho già detto ad Annamaria, il punto, ormai, non è quello di pubblicare recensioni –  insostituibili, certo –  ma testimoniare un libro, restituire agli altri, con la propria lettura, il valore di una consonanza, di un qualcosa che si è ricevuto. Chi non lo fa tenendosi tutto per sé, per indifferenza, invidia, egosimo, se ne assume ogni responsabilità di fronte a se stessi e alla Storia. La piccola storia della poesia, certo, che non cambia il mondo, ma che è, comunque, un aspetto del ricostruire il mondo con i nostri occhi, con la nostra responsabilità etica. Valga per tutti i libri belli e importanti.

Grazie  

 

Caro Sebastiano,
ti sto scrivendo lungo le pagine di Infanzia resa. Ti scrivo perché ne sento forte il bisogno, semplicemente. Sono davvero tante le sollecitazioni emotive datemi da questa lettura, davvero non mi accadeva da molto tempo. Il fatto è che sento, fino ad esserne ferita, la verità forte di una scrittura, quella sua capacità di attraversare e sedimentare, perché è come se fluisse da uno squarcio doloroso che mai rimargina. Ed è questa la necessità dura che anch’io inseguo nella scrittura, che pago spesso con la scelta dell’afasia, e che riesco a riconoscere nei versi d’altri.
Sono, queste tue pagine, un indimenticabile dono che fai ai tuoi angeli custodi, che prolunga e illumina quello quotidiano che offri ai bambini, queste “persone in formazione”, come tu le chiami, che un domani da adulti capiranno di essere stati piccoli ignari sacerdoti intenti al rito più intenso: celebrare la vita e il suo fuggevole senso.
Credo che tu sia un fortunato poeta. Credo che il destino di essere insieme maestro e toccato dalla poesia sia per te una straordinaria bellissima sorte, questo trovarti ogni giorno di fronte all’umano nel suo stato vergine, il piccolo d’uomo che vede il gioco della vita semplicemente come un fare insieme e insieme emozionarsi, fuori da ogni innaturalezza. Cosa c’è di più puro e vicino all’essenza della poesia? Come avrei voluto avere anch’io un maestro/a capace di assecondarmi nell’essere “un bambino emozionato”! E come non gioire piangendo di fronte a quel grido infantile di smisurata sapienza: “vorrei abbracciarvi per mille anni !”, desiderio autentico dell’incontro collettivo, di cui gli adulti sono tuttora incapaci.
Attraverso il tuo lavoro, che non è proprio un lavoro, ma una specie di esercizio sacro, l’infanzia che ha te come guida è davvero resa, nel senso di restituita, a se stessa, preservata nella sua innocenza originaria, coltivata lungo il cammino della scoperta, della creatività, della consapevolezza. Con la massima apertura (ecco la sacralità del lavoro) al mistero e al sacro, come acutamente afferma Massimiliano Magnano nell’introduzione.
Credo che questi tuoi alunni sapranno conservare da adulti lo sguardo “poetico” di stupore e, se non proprio l’innocenza, il senso dell’etica e la ricerca continua di autenticità.
Ma quell’abbraccio collettivo del bambino deborda oltre ogni spazio e orizzonte di pensiero, diviene capacità di definire i nomi del reale o cancellarli col silenzio, percepire le vibrazioni della natura, le voci e i suoni della poesia. Perché quello dei bambini con la natura è un rapporto che rivela la sua grande capacità di salvare da ogni artificiosità o sovrastruttura. E qui ho trovato gli alberi come protagonisti, sentiti come corpi senza voce che cantano, compagni che fanno comprendere il fluire del tempo, le fasi dell’esistenza, compresa la sua fine, e l’effimero che siamo. Così tu intuisci: Qualcuno di voi ha già capito / affronta il dolore che / s’incammina verso la / terra scura, il silenzio di Euridice. E’questa la verità che insegna ad essere umili e questi tuoi versi mi attraversano profondamente: Se morirò / morirò nella parola denudata che / non ha forma / solo un lamento / una richiesta di sottomissione.
Ora la resa, nel senso dell’arrendersi, si annulla, perché sei tu a dire: È il mondo che s’arrende/ tendo le mani / ma siete già guariti. Eppure mi immedesimo nel tuo immenso dolore del distacco da ogni quinta classe che vola via e non so davvero come tu riesca a consolarti nel rivedere ogni bambino che si allontana per il suo viaggio, in un altro bambino. Ma credo che anche questa capacità significhi dismisura d’animo.
Grazie per questa tua scrittura così densa e unita alla vita, che mi ha pure ricordato il pianto ininterrotto di me bambina a scuola, non accolta, non guidata, non amata. Grazie come fossi una tua alunna che vola via, finalmente confortata.
Con affetto sincero,
Annamaria

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