Lorenzo Zumbo: un libro importante

Lorenzo Zumbo, GRAMMATICA DELLA MANO DESTRA, Il Libraccio 2018

Non sono tantissimi, oggi, i libri scritti per la scuola; per la scuola, non sulla scuola – escludo chiaramente i manuali tecnici, le guide ad uso e consumo di chi ha poca fantasia – .

Parlo, piuttosto, delle opere di fantasia, opere letterarie o con un taglio sui generis, capaci di restituirci l’urgenza del tema. Non opere per i ragazzi, i bambini, gli insegnanti, inquadrabili nel contesto della letteratura scolastica, ma libri che riflettano e quindi che ci riflettano, come in uno specchio, senza veli: quello della finzione dell’arte.

L’ultimo che lessi, “La città dei ragazzi” di Eraldo Affinati, mi lasciò letteralmente senza parole, con le lacrime agli occhi, tale era la verità che si sprigionava da quelle pagine, tale l’urgenza, l’immedesimazione.

Che brutta parola! “immedesimazione”, pericolosa o utopistica, ma non ne trovo altre; perché, quando non si trovano altre parole – visto che ogni epoca inventa parole e ne dimentica altre – è scontato ricorrere a quelle antiche che hanno perduto il loro significato.

Ecco, credo che la scuola, oggi, complice una pedagogia troppo politicamente corretta, troppo a la mode, abbia perduto il senso di molte parole antiche, un senso spesso travisato per ignoranza, o perché le pappette precofenzionate di una pedagogia mordi e fuggi, pretendono di accorciare, per urgenza sociale, i tempi della crescita, riducendo anche quelli della riflessione.

Questo, per dire, che il libro di Lorenzo Zumbo, GRAMMATICA DELLA MANO DESTRA, opera di un insegnante che è scrittore, e scrittore alquanto sui generis – del resto lo sono tutti i narratori che hanno praticato la poesia – è scrittura che riflette, attraverso la finzione letteraria, sulla scuola.

Eppure sarebbe riduttivo ingabbiare questa scrittura dentro l’angustio spazio di un microcontesto. Perché si tratta di un libro sulla letteratura, sul senso dei libri nella storia di formazione delle persone. E’resoconto di incontri e di perdite; sottotesto che riaffiora prepotentemente in superficie, di ciò che fa un insegnante, uno che lascia segni, che ferisce e si ferisce. Ma anche, in questo caso, letteralmente – e cioè nella dimensione della letteratura – che cerca segni insieme ai suoi studenti; per capire chi siamo, che cosa ci vogliono dire i personaggi dei libri. E perché Samsa, il commesso scarafaggio della METAMORFOSI, abbia deciso di lasciare il libro e nascondersi, celandosi allo sguardo degli umani e allo stesso volume che una volta abitava; perché la mano del professore protagonista del racconto abbia incominciato a tremare, la mano destra, quella più importante, che serve a correggere i compiti e a controllare l’incontrollabile, la ritualità dell’insegnamento, l’ipocrisia dei teatrini sociali che ci costringono a fingere, ad essere dentro la valutazione della polis.

Ogni cosa, quindi, in questo racconto, è instabile, precaria; i ragazzi con le loro storie difficili, i conti non chiusi con se stessi e con i genitori; gli amici che fumano troppo e sono in pericolo di vita; la mano destra che trema, che forse si vuole staccare, andarsene; o che forse suggerisce il presagio di una novella metamorfosi. Persino l’edificio scolastico è in equilibrio precario; assalito dalle tempeste, misterioso, estraniato, fatto di corridoi e sotterranei, fin troppo somigliante a un castello o a un tribunale di kafkiana memoria, al relitto disseccato di una grande balena. E’ precaria la scuola e il senso che ha perduto, il rapporto incrinato tra insegnanti e ragazzi. Persino il senso delle azioni che compiamo, che gli altri ci chiedono di compiere.

Tutto il libro è costellato di gesti rituali, necessari e inutili allo stesso tempo: lettere scritte e chiuse in un cassetto da una ragazza anorressica; pietre bianche depositate di notte sulla lapide di una madre; prove di posture alternative, come arrancare a quattro zampe sul pavimento di casa per verificare altri modi di stare nello spazio/mondo, altre prospettive del guardare, del sentire.

Si capisce come la questione riguardi profondamente una domanda: Chi salverà la scuola? Chi salverà gli abitanti che la abitano? La metamorfosi, allora, lo straordinario racconto di Kafka, sembra voler ribaltare prepotentemente l’abitudine a morire, l’accidia a rinunciare. “Scrivere è l’assalto all’ultimo limite terreno”, dice Lorenzo Zumbo citando Kafka. Scrivere inteso nel doppio senso di iscrivere nella propria storia la storia degli altri, iscriversi; ma anche forma della technè che costringe lo scrittore a mettersi in causa.

Scrivere è fare i conti con la propria paternità: lo scrittore/insegnante col padre lontano; Kafka e la lettera al padre; i ragazzi con i rispettivi genitori…la scuola stessa, intesa come tribunale giudicante, maglio sottile da cui far passare intelligenze e sensibilità. Scuola/ labirinto, tracciato di formazione dentro cui abitanop anche gli insegnanti migliori, che rinunciano alla valutazione esercitata per contratto con lo stato e, piuttosto, decidono di perdersi insieme ai loro studenti seguendo le tracce del senso, il senso profondo delle opere di fantasia; quell’universo parallelo che a volte s’interseca col mondo reale, mettendone a nudo le fragilità, le idiosincrasie.

Un padre non lo sa descrivere il proprio figlio. Un figlio è uno che ha il suo stesso sangue e poi è soltanto un dolore che ti cerca.

p. 88

Padre, per me, è molto più di un nome. E’ parola che misura lo sfarzo dell’infanzia: il suo orrore, il suo cuore di tenebra.

p. 12

Il rapporto tra un padre e un figlio deve essere barbarico. Io a mio padre ho sempre contrapposto un atteggiamento ruvido, scontroso.

p. 14

Pensa al corpo di un padre. E’ un continente su cui si striscia per tutta la vita. Quand’ero piccolo mi piaceva arrampicarmi su quel corpo.

p. 14

Cos’è questo libro, dunque? E’ un commosso canto pronunciato sull’orlo di un burrone per una Scuola/casa ridotta a brandelli, svuotata del suo mistero e della sua profonda verità.

E’ un prontuario di riflessioni vertiginose:

…E mi viene in mente (…) che io di fronte a una classe non ho mai pianto. E mi chiedo perché. Le lacrime di un insegnante dovrebbero essere esibite con regolarità quotidiana. Dovrebbero essere atto inaugurale, introduzione. (…) Ivano pensa addirittura alla convocazione di un collegio docenti straordinario dove esibire lo scialo delle lacrime. Tutti insieme, preside e collaboratori compresi, e poi uno alla volta come un festival. Per liberarsi di se stessi, dei libri, dei nostri fraintendimenti. E invece…

Cos’è, dunque, la scuola oggi? Presto detto:

Le riunioni pomeridiane sono finite. (…) sanno di artrite, di rantoli, di agonie…

p.23

La scuola vera è un sottotesto che si può solo percepire in trasparenza:

Entro in classe a piedi nudi, con in mano le scarpe fradicie, i calzoni arrotolati fino al ginocchio, i capelli appiccicati alla fronte. Poggio lo zaino sulla cattedra. I libri dentro sono miracolosamente asciutti. Ne tiro fuori uno. Recito a memoria (…) Poi starnutisco a più riprese. Benedetta mi passa un fazzoletto di carta. Solo adesso mi accorgo che i ragazzi se ne stanno davanti a me con le scarpe in mano, anche loro a piedi nudi, in una sorta di solidarietà bambinesca.

p. 26

Dovrebbero essere i ragazzi a scegliersi gli insegnanti, dopo aver valutato di quanto senso tragico della vita dispongono, di quanta attitudine alla commedia, alla farsa.

p. 29

C’è qualcosa di isterico nel nostro lavoro. Ormai sono anni che ho smesso di giudicare gli studenti. Di dare voti, insomma.

p. 29

Ho amato il loro disagio più di ogni altra cosa. Perché era il mio, il tuo, quello di tutti.

p. 30

Quando si sta in classe davanti ai ragazzi si pronunciano solo parole definitive. Forse perché in classe si combatte per il possesso del tempo. Da una parte sta qualcuno che non vuole crescere. Dall’altra qualcun altro che non vuole morire.

p. 84

E’ un libro sul senso profondo della letteratura, contro ogni pretesa di comprenderla fino in fondo.

Gregor fugge da tutte le letterature scolastiche, dagli insegnanti, dai critici, dalle trappole delle interpretazioni. Lo seguo anche io. Desideriamo soltanto essere il nostro mistero. Che vogliamo portarci dietro senza sentirci in colpa. Ci aspetta un viaggio nell’ombra e nell’assenza.

p. 91

Sono tutti bocciati, al termine dell’anno scolastico, gli alunni del professore che ha nome Lorenzo. Sconfitti, dunque, o redenti, nella logica misteriosa di un altro essere, di un altro modo di abitare la terra degli uomini?

Nello scaffale dei libri essenziali aggiunto anche questo di Lorenzo Zumbo. Libri che, nella forma della letteratura, ne percepiscono l’ambiguità, la pretesa di salvare il mondo. Libri che dicono con un urlo celato, trattenuto, iscritti tra finzione e realtà, tra paesaggio reale e paesaggio trasposto; come i paesaggi della Brianza che Lorenzo Zumbo trasforma per farli diventare pagine di un libro in bianco e nero, disperato e struggente, sull’orlo della sconfitta e della sparizione. Perché non sappiamo, alla fine, che cosa avrà da dire lo scarafaggio Gregorio Samsa, non sappiamo se la mano destra del professore continuerà a tremare, o se egli sarà capace di decifrarne la grammatica, la logica sotterranea che informa tutte le cose.

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