Luca Minola: parla il silenzio

Luca Minola, PRESSIONI, LIETOCOLLE 2018

Le attese hanno nomi precisi
soste verso il futuro,
si muovono sui grandi quaderni della lezione
attraverso filamenti e carta luce.
p.15

Dopo non serve più nessun classico,
nessuno che misuri la notte in metri,
che riceva rassicurazioni, facili progetti.
p. 16

L’incipit, dunque, è chiaro: una ricerca del senso non tra le pagine dei libri ma sulla traccia dei segni naturali: (“E’ il segno di un’altra orbita: tu seguilo”, citazione da Montale, ad esergo).
Eppure, anche questa seconda ricerca ha i suoi limiti, i suoi stalli. E’ l’attesa di Ulisse bloccato nella reggia di Circe, o sull’isola della ninfa Calipso, in una situazione di non tempo, di museo delle cose che sono state. Di troppa luce sottratta.
Ecco, allora, che Luca Minola procede per ricerche, appunti minimi, osservando la pressione della luce sulle cose che, quando è diretta, ci presenta la freddezza del referto; oppure è portatrice di ombre – quindi massimamente ambigua – rimanda la risposta, la conoscenza.
Ciò che si conosce, allora, è la quantità gravitazionale che preme sulle cose, forgiandole, facendole leggère o pesanti; soprattutto il cuore degli uomini.
Questi paesaggi, spesso silenziosi, notturni, in cui le cose sembrano immobili, eterei come fantasmi, o solitarie, come gli esseri che vivono negli angoli della vita, sono anche paesaggi dell’anima:

Cade su un lato il buio del palazzo.
Siamo in un parcheggio
sotto la linea di controllo.
Solo questo vuoi,
gli occhi del bugiardo a giusta distanza.
p. 21

Sono sfondi teatrali che delle emozioni trattengono solo ciò che rimane dopo l’affanno, la riflessione a freddo, la constatazione lucida.
Eppure i testi più belli a me sembrano quelli dove l’emozione non è congelata del tutto, piuttosto defluisce tramutandosi in proposito, in progetto.

Il progetto è deciso, non avrà che due voci
e nel togliere sceglierà la grazia dei gesti
le spiegazioni prima dell’avvenimento:

(…)

si apre e non si pronuncia, è come le altezze
come nessun respiro.

Forse la scelta è conoscere e nient’altro,
dai muri delle case ogni voce è passata,
i volti si bruciano nelle immagini.
E’ la stessa sera
dove l’erba è solo colore e la paura
detta le modifiche, i segni di un’altra via.
Qualcosa di identico è accaduto
solo per la domanda e lo sguardo.
p. 30

Vorrei riferirti le cose:
il punto, le soluzioni, l’apertura improvvisa
dopo la strada maestra e quanti sono e fingono di essere.
Quanti vorrebbero segnarsi i modi:
chi si aggiusta l’abito, chi tace silenzioso
col il suo coltello, chi rantola,
chi preme.
p. 49

Il libro sembra partire da propositi fermi. Poi, tuttavia, accade il viaggio tra le anguste case, gli avanzi della notte, le genuflessioni davanti al mistero. Guardare, infine, è il sigillo che prima o poi si schiuderà, mentre, nell’attesa, le cose s’indeboliscono, si frantumano, rimangono sospese, in attesa della fine.

(…)
La penombra è dei gesti
conosce l’ostacolo e l’odore del tradimento.

Soltanto scene o pianure negli occhi.
p. 50

 

Anche la parola sembra attendere.

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