APPUNTI AL MARGINE E UN LIBRO

APPUNTI A MARGINE E UN LIBRO

L’ho detto tante volte: non scrivo dei libri per criticarli, piuttosto non ne scrivo. Scrivo dei libri perché è come quando una persona ti rivolge la parola; non te ne puoi stare muto. Un libro è una forma dello sguardo che rimanda a un dialogo mentale. Il libro parla, innanzitutto, singolarmente. M’imbarazza sempre di più esibirmi in letture pubbliche, ricevere un applauso. La voce trema, e sbaglio le parole.
Scrivo di libri non perché sono un santo che si deve redimere o deve redimere qualcuno. E neanche un despota che pensa di avere l’ultima parola. Scrivo dei libri cercando di far splendere la loro parte migliore e tenere in ombra le cose non riuscite.
Eppure non si può scrivere di tutti i libri. Ultimamente certi libri arroganti non voglio neanche leggerli. Arroganti perché nella loro presunta mediocrità o bellezza si pongono come vessilli, proclamano la loro forza presunta.
C’è un errore in questo ragionamento: non sono essi che si proclamano ma gli altri che li proclamano, chi dice di non possedere alcun potere e invece mente. Questi sono i libri che eclissano gli altri, semplicemente perché sono letti con i paraocchi o con una luce accecante sugli occhi. Così, certi libri, ultimamente, ho decido di non leggerli. Li lascio nel buio del loro mistero. Che ci pensino gli altri, che sono tanti.
Il mio lavoro non conta nulla, è una briciola, un piccolo gesto di orgoglio. “Le mie cosine” critiche, mi disse una volta un illustre poeta giovane che ho cancellato dalle mie letture. Ma non mi sembra che lui abbia trovato la strada per splendere. Era un discorso che riguardava la solita questione della bocciatura, della poesia che non esiste più perché la poesia la fanno solo in pochi. Pochi eletti.
Ogni tanto questo discorso bisogna ritirarlo fuori perché è comunque vero che tutto si è appiattito in una specie di vogliamoci tutti bene, siamo tutti bravissimi e splendidi poeti. Siamo tutti impegnati, tutti facenti parti di circoli e circoli, tutti sorridenti, tutti soddisfatti delle nostre parole. Sembra, ormai, che pochissimi siano interessati a sentire il pungolo della poesia sotto al culo, l’urgenza, il pericolo. Tutti sembrano godere delle proprie bellissime parole. Tutti sembrano condividere – parola assai di moda ai nostri tempi, un vero mantra -.
La verità è che la poesia si è fatta lingua complessa, stratificata, multifunzionale, ormai non statutaria da almeno un secolo. Quindi vagola, come una zattera alla deriva, soddisfatta del suo rinascimento, di una ricchezza e varietà innegabili, certo, ma proprio per questo incapace di leggersi dentro; non di riflettere ma di riflettersi, di riconoscersi in uno specchio. Nessuno, credo, possa fare questo, oggi, perché è tutto il pensiero che è andato alla deriva, che si è fatto mezzo, strumento di utilità. Viviamo totalmente l’ambiguità di tutti i linguaggi e di tutte le lingue. Facciamo experimenta, comunque. Il problema è, allora: come rimanere autentici in questo grande guazzabbuglio dove ogni cosa è possibile e dove la bellezza sembra a portata di mano?
E dunque: la critica non può rinunciare al suo statuto, che è quello di scegliere e discernere. Non giudicare ma testimoniare. Perché il giudizio è un’arma corta, affondata nella carne per provocare una morte rapida e breve. Per non dire, o dire con poche parole. In verità pochi fanno questo. I molti, per lo più, stanno in silenzio.
Grandi sono i grandi non solo perché sono grandi ma perché sono stati testimoniati di più. Molti devono essere sacrificati perché uno solo sia salvato. Una parafrasi ribaltamento del detto evangelico che mi piace molto. Il Cristo splende perché, per il suo nome, molti sono stati sacrificati. Chi splende di più acceca, condanna all’ombra e al silenzio.
Per questo non mi piace parlare dei libri che splendono di più, di più perché sono i più testimoniati. Questi libri non hanno bisogno delle mie parole. Non le chiedono neanche, le mie parole. Ogni cosa, a un certo punto, si riduce a una banale questione di potere, piccolo o grande non importa. Il potere non conosce grandezze o piccolezze. Il potere è.
Gli ultimi rimarranno gli ultimi. Ci sono libri che rimarranno gli ultimi.
.. Ultimo, nel pensiero moderno, sarà persino chi scrive da solo. A volte qualcuno mi scrive ancora: “grazie per il lavoro che fai”…questo lavoro da solo, che non chiede nulla in cambio, spontaneo e disinteressato, che prima o poi finirà, come tutte le cose del mondo. Ma quanti sono, oggi, quelli che in rete hanno rinunciato a fare critica? Quelli che non sono stati riconosciuti dagli spocchiosi?
Torniamo alla critica. C’è una maniera, che esige, in verità, una grande mole di materiale, una grande competenza, una grande bravura (non è certo il mio caso) per ristabilire un po’ di verità; verità nel suo aspetto semplice di svelamento, non di giudizio o ridistribuzione dei valori. Questo modo è quello della lettura retroattiva, cancellando mentalmente le date e mettendosi in un’ottica di riconsiderazione degli accadimenti: situazioni, storie, poetiche, appropriazioni, influenze…
Il lavoro non può che essere casuale e può solo partire da letterature morte, afflitte dal silenzio, dalla marginalità.
Chi sono Gianni Malabarba, Rinaldo Pigola, Leonardo Patané, Gaetano Arcangeli, Stefano Terra, Luigi Roth, Marco Scarpa? Tutti autori trovati nei mercatini in mezzo a Gesualdo Bufalino, Lorenzo Calogero, , Vincenzo Consolo, Marino Moretti, Maria Zambrano.
Sembrerebbe un lavoro archeologico, di puro archivio, ma mi si passi l’urgenza di questa comunicazione: nell’archivio, nel rischio dell’estinzione, ci sono anche i nostri libri, e i libri del nostro tempo. Anche quelli, mi piace immaginare, che oggi splendono di più.

*

LETTERA A CASA DEL SOLDATO JHON

Il mio amico poeta, Massimiliano Magnano, mi manda la foto della pagina di un esile libretto di poesie pubblicato a cura di Santo Calì Editore nel lontano 1968.
“Lettera a casa del soldato John”, è il titolo. L’autore è Leonardo Patané, un antico insegnante di pedagogia di Massimiliano. Incuriosito, gli chiedo di fotografare tutto il libro. Lo stampo per la lettura. Ne viene fuori un piccolo fascicolo tutto striato come le vecchie fotocopie di una volta, un oggetto d’archivio, a suo modo, come di qualcosa che non esiste più, documentabile solo per la traccia lasciata nella memoria di un lettore – immagino che la copia in possesso di Massimiliano sia, per forza di cose, quasi unica –
Così egli commenta – e il suo commento costituisce già una traccia di riflessione critica, oltre che specchiamento di una poetica personale – …” mi sembra sincero e intenso, un esempio di buona prassi poetica da parte di un poeta vero”.
Di libri come questi ne esistono in giro ancora tanti: libri che in RADICI DELLE ISOLE inquadravo nel capitoletto “Minori di minori”, intendendo non necessariamente un giudizio sul valore della scrittura ma sul contesto della pubblicazione, della scarsa risonanza, di una sordina data per scontata. Ne conservo una piccola collezione, libri comprati nelle bancarelle dei mercatini, anche di autori importanti, schegge di parole che non esistono più e che tornano a parlarci dalla polvere scostata del loro sonno: un’esperienza affascinante.
Dunque il soldato John scrive una lettera alla madre, dall’America. E’ stato in Vietnam, e ha visto, persino provocato gli orrori della guerra. La lettera ha il tono dimesso della poesia onesta, parole che ancora arrivano e colpiscono senza avvertire l’urgenza di inquadrare il testo nel suo contesto storico, nelle sue retoriche scolastiche.
Certo, si può fare, e un orecchio esperto avverte l’andamento narrativo, gli endecasillabi, gli autori di riferimento – Il primo Sereni, Bertolucci … ma che importa? Perché, che cosa rimane di una scrittura, dopo anni? Il suo inquadramento nella storia della letteratura? Ma che noia, sinceramente! Che svenamento questi libri di critica che ancora misurano col bilancino autori e correnti, discutono che cosa sia successo alla poesia del novecento, del decennio in cui si sono sfasciati i linguaggi, del momento in cui la poesia lirica è diventata narrativa, dei geni della decostruzione semantica, dei tradizionalisti bacchettoni, degli epigoni, delle nuove formule da inventare per dire di scuole e correnti…dei “giovani” autori settantenni, senza mai sbilanciarsi o scommettere sulla “nuova” poesia, considerata epigono o svenata, senza possibilità di significanza…insomma, un po’ d’aria fresca, per favore, un po’ di “maraviglia”! Un po’ di liberi salti zigzagando qua e là a tracciare strade, ad indicare un panorama più fresco.
Questo il quadro, e questi alcuni passaggi, onesti e comunicativi della lettera del soldato John, uno stile che travalica le correnti, perché probabilmente non le ha corteggiate, riferendosi a quell’umanesimo stratificato che fonda la nostra letteratura più grande, capace di parlare all’uomo, non alle elugubrazioni insopportabili di una critica che si avvita, suo malgrado, su se stessa.

Tra poche ore forse sarà tardi,
resterà oscuro il senso che mi sfugge
come queste capanne vietnamite
a metà affumicate quasi spente
nell’alba fangosa dei monsoni,
altri segni, altri enigmi indecifrabili
le domande sospese cui non so,
non so risposta, e una risposta occorre,
semplice, piana, e senza ambiguità.

(…)

E per quanto cercassi, prigioniero
delle determinazioni incomprese
con cui qualcuno ha deciso per me
questo luogo, quest’ora e questo tempo
non trovavo che il volto dissanguato
d’una ragazza che in una soffitta
di New York una volta, di soppiatto,
per due dollari mi diede piacere
e poi me ne vergognai, e quella notte
mentre andavo perduto per le strade
tu sapesti che non ero ragazzo
e tremasti per il mio destino d’uomo.
(…)

A scuola (non dimentico il tuo amore,
il cartoccio col panino imburrato
e la torta moscata per merenda)
qualcuno c’insegnava che l’amore
va da uomo a uomo, non gli tocca frontiera
né patria, segno o colore di razza,
che la parola fratello confonde
l’esclusivo vincolo familiare.
Ora non so più, qualcuno m’ha messo
nella mano il fucile ed ecco inseguo
il bimbo che cresceva troppo in fretta
(col cartoccio del panino imburrato
e la torta moscata per merenda)
lo sparo squarcia i giorni del destino
d’altri bimbi cresciuti troppo in fretta
dove stagnano i giorni della crescita.
Così tutte le cose che cominciano,
stagioni ed ore, e chiusi in esse uomini,
mi si sfasciano in un solo dolore.

(…)

Già il rombo in cielo sommerge il silenzio,
grida la tromba ordini arroganti.
Il fiume torbido divaga in meandri
e a una svolta si perde tra oscuri
intrichi di mangrovie dove andremo
curvi appostandoci, in ordine sparso.
Se qualcuno seguitando la curva
vi troverà il mio fucile e lo zaino
che non chieda a nessuno dove sono;
ma a te che aspetti voglio bisbigliarlo:
dove non giunge la pietà, il perdono
forse è il tuo affezionatissimo John.

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2 commenti

  1. Eppure un grazie bisogna pur pronunciarlo, dopo questo sentire il freddo del muro sulle spalle, e poi tornare a rileggere, interrogare i margini da cui scrivi, scoprire quanto sanno anche di me, per sapienza del dubbio, o come un polmone sa dell’aria.
    Grazie Sebastiano.

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  2. Naturalmente il professore Patanè ha scritto altri libri: poesia e narrativa. Poi si è dedicato alla pedagogia, anche con studi di un certo rilevo. E vorrei sottolineare questo: all’epoca dei miei studi universitari, leggendo i suoi libri mi accorgevo che rispetto ad altri autori aveva uno spunto in più, il linguaggio che utilizzava emanava una luce particolare, soprattutto in alcuni passi. Poi ho scoperto che era poeta. Ecco, tutto qui. Mi ripropongo di cercare altre sue opere e leggerle con attenzione.

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