Davide Cortese: il mare che mi è piovuto addosso

Davide Cortese, VIENTU, Edizioni Progetto Cultura, 2018

A pràia, u vuzzu, a passiàta o puzzu,
l’ùfali, i patieddi, sampagghiùna e papuzzieddi,
u ‘nviernu, a staggiùni, i survi e i mulùni.
a chianca, a llanna, u strittu i Sant’Anna.
i currùggia, i viuòli, a matri e i figghiuòli,
a criesia, a scola, i barcùna e i cagnola,
i survizza, a suma, “u fattu d’i pruna”,
u fusu, a cunocchia, Autra Piecura e Criesia Vecchia.
i spàraci, i funci, a Calàndra e Unci,
scaravài, babbalàci, u campusantu unni Faràci …

Viene il magone a leggere l’ultimo lungo testo di questo libro, quasi un mantra, a dire come la nominazione pura e semplice sia pratica sempre attualissima quando si tratti di evocare, di riportare alla luce del presente le cose in rischio di addio.
Si chiama “LIPARI – Inventario”, un elenco quasi intraducibile di luoghi, di persone, di gesti/gesta, di memorie, vissute nell’età in cui tutto s’imprime indelebilmente contribuendo a formare quel complesso sentimento che i moderni chiamano nostalgia.
Davide Cortese canta la sua terra impastata con gli elementi primordiali della natura: il fuoco dei suoi vulcani/dei, l’aria rugginosa di sale, la terra nera che proviene dalle viscere, l’acqua che tutto avvolge, tutto mette in protezione o in pericolo.
A questi quattro elementi se ne aggiunge un quinto, catalizzatore, ed è il vento, radiazione di fondo che attraversa i vicoli inseguendo i bambini, spingendo le onde contro le muraglie rocciose dei contorni, costringendo gli esseri e le cose ad aggrapparsi alle superfici, a resistere, ad esistere in stato di affanno.
Davide Cortese evoca la sua casa/isola vicinissimo a un passato prossimo, a un “appena stato”, lontano con il corpo ma presente nella dimensione, tutta sensoriale, del ricordo sinestetico. Insiste, per esempio, su un aspetto di innocente candore, di semplicità dell’essere, a contatto con una geografia ancestrale, non spaesante ma a contatto, vicinissima all’origine.
Per esempio in due bellissimi testi dedicati alla nudità, non solo metaforica:

ANUDA CUM’ ON FRUTTU

“Vulìssi essiri vurricàtu anùda.
Anùda cum’on fruttu”.
Accussì scrissi Nicu un juornu,
assittàtu supr’an àrbiru,
assittàtu sutt’o cielu.
U scrissi supr’a na fògghia virdi
e u liggiù supr’a na fògghia sicca.
E fu vurricàtu anùda, u viecchiu Nicu.
Anùda cum’on fruttu, u poeta carusu.

NUDO COME UN FRUTTO

“Vorrei essere sepolto nudo.
Nudo come un frutto”.
Così scrisse Nico un giorno,
seduto sopra a un albero,
seduto sotto il cielo.
Lo scrisse su una foglia verde
e lo lesse su una foglia secca.
E fu sepolto nudo, il vecchio Nico.
Nudo come un frutto, il poeta bambino.

*

ANUDA

Tu a sà a schina mia,
tu i sà i dinocchia.
A sà a frunti mia,
u sà u varvaruottu.
Mi sà tutti i idita,
mi sà i nii.
Sà a vucca,
sà u cori.
Tu u sà cu sugnu iò.
Mi sà l’uocchi.
Mi sà i corna
e mi sà a cuda.
Puru vistutu
iò cu tì sugnu anuda.

NUDO

Tu conosci la mia schiena,
conosci le ginocchia.
Conosci la mia fronte,
conosci il mio mento.
Mi conosci tutte le dita,
mi conosci i nei.
Conosci la bocca,
conosci il cuore.
Tu lo sai chi sono io.
Mi conosci gli occhi.
Mi conosci le corna
e mi conosci la coda.
Anche vestito
io con te sono nudo.

A volte il testo diventa telaio fittissimo di “meravigliose” illustrazioni, un album infantile che attraversa il fiabesco, trasfigurando le cose in fate morgane, magiche apparizioni o illusioni di completezza.
Si vedano, per esempio, i testi: “Unni Faraci”, “Una versione in dialetto della poesia “La collina” di Edgar Lee Master”, spiega l’autore. “Unni Faraci è l’espressione con cui i liparoti designano il cimitero di Lipari…”. Ma anche un altro testo/retablo, dedicato al mare e a tutte le sue creature, compreso il poeta, che lo abita di diritto.

U MARI

Chi nni sapìti vuatri i chiddu chi m’ha cadutu ncuoddu.
M’ha chiuvutu u mari, ncuoddu. U mari senza fini.
Na doccia c’havi quarant’anni chi mi lava
e un ha avutu fini mai…

IL MARE

Che ne sapete voi di quello che mi è caduto addosso.
Mi è piovuto il mare, addosso. Il mare senza fine.
Una doccia che mi lava da quarant’anni
e non ha avuto mai fine…

Ancora l’elenco, la nominazione quasi pura, il portare alla vita, pronunciando la parola della poesia come formula orfica di rivisitazione, di una seconda vita.
Vivi e morti, dunque, abitano un tempo che non è presente e neanche passato. E’ il limbo dell’essere per sempre, dell’esserci malgrado il tempo, la forza della dimenticanza.

EOLIANU

Appartiegnu e cieusi russi, e fìlici, a raggìna.
Sugnu da fògghia tunna du càppiru,
du jancu e viola du ciùri sua.
Sugnu da salamìda e du vulcanu.
Appartiegnu o suli,
a rina nìura, o mari, a medusa,
a pùmmici c’un affunna,
all’ossidiana chi tratteni u scuru.
All’isuli mia, o blu.
Iò appartiegnu o blu.
Appartiegnu o luci,
a stati, e ruvetta, e muri.
Appartiegnu o vientu,
a chiddu c’on mori.

E O L I A N O

Appartengo ai gelsi rossi, alle felci, all’uva.
Sono della foglia tonda del cappero,
del bianco e viola del suo fiore.
Sono del geco e del vulcano.
Appartengo al sole,
alla sabbia nera, al mare, alla medusa,
alla pomice che non affonda,
all’ossidiana che trattiene il buio.
Alle mie isole, al blu.
Io appartengo al blu.
Appartengo al fuoco,
all’estate, ai rovi, alle more.
Appartengo al vento,
a ciò che non muore.

Poesia della grande città e della periferia: sono due modi riconoscibilissimi, ai quali mi sembra di poter iscrivere tanta poesia di questi anni. Ingombrantissimi i maestri della città, assai defilati quelli delle periferie. C’è più candore in questa seconda categoria, più innocenza, persino più ingenuità. Questa poesia recupera spesso la commozione, quella musa stracciona che le poetiche degli anni settanta hanno buttato fuori dalle patrie lettere, sputandole addosso, costringendo i pochissimi poeti che l’hanno praticata a vergognarsene. La poesia in dialetto è spesso lingua commossa, proprio perché non può allontanarsi dalle cose, mossa sempre verso le cose, mai rimossa.

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