Daniela Liviello: case bianche con le porte verdi

Daniela Liviello, LA SPOSA SECCA DEL MURETTO, Kurumuny 2018

Libro densissimo questo di Daniela Liviello, costruito senza interruzione di sezioni, ad indicarci un flatus che procede sondando i paesaggi della propria terra; paesaggi secchi, dove la pioggia cade solo a volte, e quindi densissimi di umori ed esperienze.
Paesaggio necessario, da capire per confronto, per ironica – o drammatica – manifestazione di un dissenso:

Cielo basso
e Milano.
Tu contavi le gocce
i minuti di nebbia
affacciata al balcone del settimo piano.
La cena da progettare
le briciole sul davanzale
la caffettiera più grande
quella da sei, tanto non ne avanza.
I dirimpettai in pigiama
anche a Natale.

non capivo l’ombrello
la fila di scarpe
la pianta in salotto.
p. 62

Se è difficile capire una terra, i suoi costrutti misteriosi, evidenti e splendenti sono i suoi segni, le sue manifestazioni di voce e respiro. Così, nella prima parte del libro, leggiamo di rischi di sparizione, di silenzi, di attese. Umanamente, è proprio l’anima ad avvertire il rischio di un disseccamento degli umori, di una desertificazione dei sensi e della terra.
Immagini conclusive ci dicono di questi pericoli: “Cadono corpi / la terra si sdegna”, p. 20. “Ogni tanto si alza un vento (…) Resuscitare il morbo miracolato / son passati secoli da allora) / per ritrovarsi accanto / (almeno in processione) / cercando mani e appigli. // Accanto a guardarci consumare”, p. 21.
Ecco, quindi, la comunità, la memoria antropologica del territorio; tema, questo, in distonia con le trasformazioni epocali, i guasti, il rantolo della terra.

Liturgia della rovina
e della tempesta.
Sommerge
il crollo
scivola giù verso dove
porta via
trascina
smaltisce
annega nelle case
mentre andiamo
o mentre stiamo a consumare
un altro cibo un altro giorno.
p. 31

E’ un territorio sempre meno preservato dalla funzione della memoria, la memoria dei padri garanti dei riti, delle conoscenze, della sacralità, dei valori. “Abbiamo avuto padri / e occorre dirlo / (…) padri santi / santi che qui erano padri / ugualmente ricchi senza morti sulla schiena”…p. 39.

Siamo nati in giorni di festa
al canto del gallo con la luna nuova.
Mille padri tracciavano solchi
Biciclette e paese, la piazza e la folla
di prima mattina.
Qualcuno (tanti, a volte) quaggiù
nel mio paese, chiedeva ragione
a voce alta.
La piazza gremita.
Chiedeva. Parlava.

Ora ci sono porte sprangate.
p. 40

Su questo tema della mancanza, di un allarme e di una nostalgia, s’innesta una scrittura che cerca di vangare la terra, come una specie di memoria sensoriale delle materie: “Vengo a stare / sulle foglie dell’autunno / nelle case a precipizio / sulla sabbia nelle cave”, p.63; “Le foglie si contano una per una / cadono stanche in braccio alla terra”, p. 58; “A piedi scalzi su vie nuove / amerò la terra che reggerà il peso / mi farò leggera / sarò preghiera / laverò i passi / chiederò perdono ai sassi”, p. 54. Fino a un farsi piccola, uno sbriciolarsi dentro: “Mi spoglio dei giorni. / Mi spoglio di foglie / Mi tagliano i tronchi. / Mi caricano su camion”, p. 60.
E’ un gesto d’amore, un darsi “armoniosamente” in pasto; un farsi indietro per evocare, lasciando che siano le cose stesse a raccontare del proprio splendore e della propria sconfitta.
Nel testo finale del libro, il sottile trattamento surrealista di molte immagini approda a una grande scena di silenzio e di estraneamento. Sono, forse, i Dormienti, l’istinto di sopravvivenza della stessa terra; o forse il tentativo di salvare ciò che si può ancora salvare, di bloccarlo, disseccato, sotto la protezione di una storia più grande di noi:

Statue bianche popoleranno le campagne
bianche di gesso e marmo
alte a presidiare la mancanza.
Fisse nella terra aspetteranno il tuono
guarderanno verso il mare
le braccia solleveranno al cielo
o verso il cielo si alzeranno.
Saranno statue venute da lontano
qui rimaste a levarsi dal sonno.
Statue bianche popoleranno le campagne
perfetta linea di marmo levigato
torneranno, si ricomporranno.
Danzeranno la notte animandosi col vento.

Ci saranno colonne erette a ricordanza
e la campagna sarà chiara e tersa con fonde pozze d’acqua.
Le statue si disseteranno poche volte
quando la sete pungerà la gola come pizzico di granchio
e dal cielo pioverà sabbia del deserto.

Una volta le statue verranno a conoscere il paese.

Percorreranno le strade dell’interno.
Guarderanno i visi della gente che abita le case.
Le case bianche con le porte verdi.

Una volta verranno a conoscere il paese
a bere il latte di capra come dicono i ricordi.

Ricordi delle statue bianche di marmo e gesso.

p.88

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Un commento

  1. Si nota la prepotente irruzione del perturbante tra le pieghe del quotidiano, che si impossessa di “piante in salotto” e “scarpe in fila” -,come se le cose spalancassero un loro volto sbigottito, incomprensibile, assurdamente fisso su chi le osserva; dai luoghi spira un presentimento luttuoso, di calamità appena abbattutasi, evidente nel simbolismo delle “porte sprangate” e confermato dall’onirico incombere di quelle statue nell’ultimo testo, annunciatrici quasi di una qualche apocalittica predizione

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