Nicola Grato: lode alla pienezza

Nicola Grato, INVENTARIO PER IL MACELLAIO, Internopoesia 2018

Il Novecento è stato un secolo che ha inventato tutti gli stili. La sua eredità possiamo apprezzarla, o subirla, soprattutto oggi, in un nuovo secolo di stili esposti come in una grande vetrina agli occhi dei consumatori. Chi scrive e fa poesia ha l’arduo compito di attraversare queste vetrine senza ferirsi se non vuole ritrovarsi addosso l’etichetta dello stilista letterario di turno; se non vuole rientrare nell’ingranaggio di una catalogazione che è già archivio.
Del resto, il rapporto, di per sé ambiguo, tra essere e scrivere, oggi è la sola chiave di lettura utile per analizzare una scrittura, ed è, tra l’altro, uno strumento a cui attingono coscientemente gli stessi poeti per imprimere alla propria opera un carattere, un tentativo di differenziazione.
Opera, dunque, che attinge alla vita – la propria vita, quella degli altri -; opera che si concentra sull’essere dello stile – l’arte non serve a niente, è lingua/ linguaggio che avverte l’urgenza del lavoro interno, pericolosamente libera.
Forse le opere migliori sono proprio quelle che non accantonano il difficile rapporto tra forma e contenuto, che si fanno attraversare dai dubbi, disarmandosi; altre volte provando a neutralizzarli questi dubbi, avanzando nella materia delle cose. Comunque mai dimenticando la storia, le parole, gli stili precedenti.
Scrivere è, spesso, scansare, scegliere sentieri poco frequentati, farsi strada tra la sterpaglia. Per esempio, per far scrivere i bambini evitando gli stereotipi della lingua dell’infanzia, occorre vietare l’utilizzo di parole banali. Ed è quello che fa ogni bravo poeta cercando di attraversare, su un sottilissimo filo di equilibrio, il precipizio del già visto. Ogni buona poesia, insomma, è anche metacognizione non dichiarata, sottotesto che l’attraversa senza affiorare, percepibile, certo, ma mai sovrastante. Quando il sottotesto prevale entriamo allora nel campo degli ismi, della poetica di scuola; paradossalmente, di una forma di inconsapevolezza.

*

Mi perdoni Nicola Grato questa digressione, ma a volte i libri si percepiscono nella struttura della parola, prima che nel contenuto. “Inventario per il macellaio” è innanzitutto un libro chiaro, che non nasconde niente ma che evoca e racconta. Quindi si capisce assai bene la strada, il prima. Per esempio, il titolo scolpisce la parola inventario, e cioè un elenco ad uso di archivio: le cose che ci sono, quelle che si appressano alla fine, quelle che non ci sono più.
Le cose sono oggetti, persone, esperienze. Sono esperienze dei sensi in pericolo, descritte nel momento in cui stanno per appassirsi, o ancora rivestite di carne, di flatus, di desiderio di vita.
Il percorso parte, quindi, da un minimalismo rivisto, reso sincero dall’esperienza, non stereotipato, non stilizzato. Le immagini spesso ci sorprendono nella partecipazione emotiva, quasi affettiva; non ci fanno sentire degli estranei, ci coinvolgono nel discorso.
Ecco quindi una scrittura che ha un percorso, e che soprattutto è ancorata alle immagini di un territorio fatto di cartoline nitidissime, di odori, di cose.
Un crepuscolarismo vivificato, ma forse per esorcizzare il funereo – inventario per il macellaio – come se tutto questo apparire della vita fosse dato solamente per le operazioni postume di un deus ex machina, un notaio che annota il restituito, l’ormai senza tempo e senza senso.
Scene tra lo scoppio della primavera e il trascolorare dell’autunno, tra le speranze della vita matura e le perdite degli scomparsi – sommario dell’abbandono – . Bellissima la prima sezione del libro TERRAZZA DI CENERE E SALE, dedicata a Rosa Borrello che ha lasciato nella casa la sua ombra e tutto ciò che rimane dei vivi.

tra le tue cose una rosa
secca di santa Rita –
tra i medicinali scaduti
le ricevute di cambiali
gli incartamenti colorati
dei regali, biglietti
d’auguri per Pasqua e Natale…

p. 13

Nicola Grato recupera, con bella coerenza, una cantilena, una leggera rima che acquista senso nella malinconia del perduto, dell’ormai trapassato. Una leggerezza di sguardo che leggiamo anche nei testi lucenti di descrizione del quotidiano, delle strade, dei piccoli gesti, per cui anche il mangiare un gelato assume il significato di una precarietà che è parte della vita.

un paese è anche passeggiare
con un cono gelato in mano.
Può sembrare strano, lo so,
ma non ricordo più l’ultima
volta che abbiamo passeggiato
insieme con un cono in mano.
Farei di tutto per incontrarti al bar,
prendere un gelato, la mente
sgombra e il cuore assente, le mani
occupate a tenere il cono al limone,
e intorno un paese, uno vero,
un paese di persone in volo.

p. 39

Non c’è esperienza più profonda di quella di visitare una casa vuota, piena delle cose delle persone che non esistono più. E’ qui, più di ogni altro luogo, che si percepisce la sostanza di anima, il vuoto invisibile che circonda le nostre esistenze, come la materia oscura che circonda le galassie, che non vediamo e che, eppure, ci scruta da un’altra dimensione dello spazio.

“Dottore, in verità
tutta la mia vita
è stata malinconica”
i quadri
dei morti, tutti
i tuoi cari in fila
davanti alla lampadina;
i calendari vecchi
gli orologi fermi
i vermi che avranno
fatto le fragole in confettura
dell’Ottantatrè…

p. 20

Che cosa è, in fondo, minimo? E’ un realismo ridotto all’osso, che acquista maggior senso nel momento in cui i documenti si caricano di un senso che trapassa la storia. E’ una cronaca senza racconto, fatta di oggetti che non possono più raccontare niente e che si fanno esperienza di un altrove, di un altro senso.

(…)
Chiama da un altro dove
quel marinaio fuggito
– tu attenta e sognante
sulle carte bollate,
sulle bollette pagate –
m’insegnavi pietà
per le cose perdute.

p. 21

Ecco il senso, insomma, detto con chiarezza:

non vale la parola
– ogni parola nostra –

Molte cose ci sarebbero ancora da dire, ma l’ultima. E cioè il fatto che questa scrittura fa apparire un paesaggio, il contesto di una sicilia periferica, dell’infanzia, fatta ancora della presenza dei grandi vecchi, di odori, della percezione della gioia che consola, di un tempo circolare che tutto inghiotte e ripete.

(…)
l’odore delle stanze
nelle case di campagna
sa di santi e spighe, e fichi
seccati al sole. Sono
giovani suore le parole,
la volta che hai scritto il tuo nome
sulla soglia del magazzino,
quella che hai veduto
la donna lavare il suo uomo nel tino…

p. 69

mio nonno Nicolò è nato
ad Alimena, e fu subito orfano
senza nome, lasciato alla ruota
di Palermo. Anni trascorsi
molti e senza faccia, senza le storie
per la ninnananna…

p. 65

lode alla pienezza –
allo splendore del giorno,
al saluto dato e ricevuto,
al volto muto e a quello ciarliero
alla gioia e all’attenzione,
lampade buone nel cammino:
alla grazia di un sorriso,
di una rondine sola –
di una rosa che dorme
in un giardino.

p. 75

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