Rossella Renzi: tutte queste ferite per finta

Rossella Renzi, DARE IL NOME ALLE COSE, Minerva 2018

Ho incontrato Rossella Renzi a Pordenone Legge, dopo una lettura. Insegnante come me, e impegnata a diffondere la poesia nella scuola, scrive un libro il cui proponimento del titolo riecheggia anche nel mio ultimo lavoro INFANZIA RESA. Chiaramente ne abbiamo parlato.
“Dare il nome alle cose”; è quello che si fa con i bambini, operazione gioiosa, necessaria, ma anche rischiosa perché vuol dire far entrare l’essere nelle cose – o le cose nell’essere – con tutto quello che ne consegue.
Così leggiamo in questo libro la gioia della scoperta e il presagio della perdita, l’essere ancorati alla necessità della terra e sentire la tentazione di volare verso le stelle, di non perdere la leggerezza e l’innocenza del primo sguardo. Scrive, infatti, Rossella Renzi:

Grazie per questo giorno luminoso.
Per questo dono che amo davvero
con uvetta e pinoli
siamo noi a divorare
il sole d’autunno.

(Biscotti) p. 19

Tutto molto semplice, e leggero sembrerebbe, se non fosse, poi, che nelle immagini s’insinua un turbamento, un leggero dubbioso scherzo:

Ti tengo stretto
mentre mi cresci sulla pancia
e le mani restano macchiate
con il succo denso di ciliegia.
Ci fanno ridere,
tutte queste ferite per finta.

p. 20

Il libro procede, dunque, tenendo vivi questi due registri; ché diventare grandi è una ricetta difficilissima, in precario equilibrio tra superficie e profondità, leggerezza e serietà.
Crescere credo sia anche imparare il significato della preghiera, e la parola “grazie” è già una preghiera:

Custodisci questa luce incomprensibile
quando tutto a un tratto sembra magico
la pigna che dorme sulla spiaggia
il bambino che strilla
l’azzurro che canta
con pochissime onde.
Ma canta.

p. 35

L’essere si apre allo stupore, accoglie la vita in tutte le sue manifestazioni e persino un grido è espressione della vita che vuole essere, che non vuole tornare indietro.

Fermati e osserva chi sono
racconta tutto ciò che mi abita
donne, bambine, gatte selvatiche,
e lupi per stare nel branco
e poi l’uccello con la coda variopinta
un essere acquatico, la bestia marina.

Qui si celebra la guerra degli anni
una guerra di sangue e frammenti
di tagli e lacerazioni, di ascolto e rifiuto
di parola che cerca parola, inciampa e si tramuta.

p.36

Ogni cosa è racconto, trama minima dell’accadere, prima della complessità, dell’eventuale scacco e dell’inevitabile resa. Non tutto conserviamo. Solo ciò che ha contribuito a mettere rami, e fronde, il resto è il silenzio necessario per non ferirci, per non farci troppo male.
Queste parole scure, conservate nella stanza che non si apre, sono tutte le piccole croci “incastonate nella pelle, (…) fatte di ossa e legno”. Così è scrivere: “come affilare una lama / ad ogni ora e sentirla sulla pelle”.
Dalla splendente luce che accompagna la giornata dei bambini, il libro approda così al bianco e al nero, al ricordo delle persone scomparse, alla scrittura come bacchetta del rabdomante condannata a sentire, a percepire a fior di pelle, l’esistenza del profondo; “Odio il mio essere un essere che sente”; ma è il compito della poesia, dei poeti: cantare la “distanza infinita (che) ci comprendeva tutti”.

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