Enrico De Lea: Inediti

Enrico De Lea, DI QUESTO TUO PIACERE, Album per Lillo Freni

L’ho scritto altre volte e lo ribadisco: l’esperienza della perdita organizza la scrittura, la porta improvvisamente a una calma contemplativa, a un affinamento dello sguardo impegnato a capire l’altrove, l’altrove delle cose, di noi stessi.
La scrittura della perdita si fa perdita, essa stessa, delle sue maschere, di un eccesso di letterarietà. Scoprivo questo in “Dolore della casa”, nella sezione “Forma”; paradossalmente il corpo che se ne va ci obbliga a rimanere più a lungo, al lavoro di delimitare i confini, al compito dei vivi.
In questo album inedito per Lillo Freni, Enrico De Lea fa, dunque, esperienza della perdita, però incomincia con una “dedica al presente“, alla vita che si è conservata, malgrado il dopo: “Resti nella vigile gioia presente / contento d’avere messo a posto i minimi particolari della gloria (…) Ci siamo, siamo nel comune / rifugio (…) camminiamo sempre insieme ed insieme parliamo, / ridendo, del più e del meno“.
Un approccio sui generis, che cerca di arginare lo strazio, celebrando lo splendore che rimane di noi, persino con una punta di lieve ironia “c’è poi da sgridare la persona cara / per lo scherzo di quel suo sparire“…
Poi il discorso, però, si veste della serietà del lutto, qui sviluppato da Enrico dentro il contesto di un’antropologia pienamente mediterranea; la rinascenza, “ma rinasciamo a breve nella tua febbre-vita (…) rinasciamo in un piano indefinibile di quest’occhio d’amore“. “Dediche pasquali“, allora, dentro i mesi… la mano che celebra solenne… una gerusalemme amara.
Rinascenza in una Pasqua che emana luce come il corpo di un Cristo nella stagione del grano giovane, “luce di sempre che riscalda, / sa un’assenza, la vince, la consola“.
La perdita, insomma, ringiovanisce il senso, lo conduce per mano verso l’urgenza del vivere ancora; “nego che tu qui non sia nel tempo ricco“. Tutto un armamentario di riti e di oggetti: transumanze, “un altro passaggio, senza furia di tempo, / in cui restiamo, in cui non ci perdiamo”, stupore, saldo volere, sole e tepore, saldare ed innestare…raccolta delle olive a ottobre…”vive il continuo dell’apertura oltre le croci”
Il lutto è cerimonia lustrale verso una vita tutta, una vita vera, una vita nel corpo di un antico Osiride che si fa forma di grano tenero, istituendo i riti della risurrezione. Anche i gesti drammatici, caotici e assoluti della bestemmia e del pianto, sono arginati come particolari di un primo piano, densissimo, certo, ma vincolato al tempo breve del dolore. Perché il bene “permane, albero e seme, / albero di Natale“. Perché “non esiste fine, solo maturazione“.

*

(dediche pasquali)

scende il febbraio del corpo sulla tua persona,
un febbraio freddissimo nel sole,
un febbraio di febbre a nuovo gelo,
dell’esclusione improvvisa dall’abbraccio
ma rinasciamo a breve nella tua febbre-vita,
alla fine dell’annuncio non cessiamo, rinasciamo
in un piano indefinibile di quest’occhio d’amore

*

(mesi)

alzo la mano, celebro solenne
il solito vuoto d’aria, così si ottiene
all’alba una minima gerusalemme
amara
non ne parliamo, dei mesi,
della massa di rocce che accatasta
sopra le spalle questo tempo
che non ci apparteneva e che ora
ha vinto – la luce
che i corpi promanano
sa un’assenza che è altra
luce di sempre che riscalda,
sa un’assenza, la vince, la consola

*

(finestre)

Sono gravidi di quelle transumanze dal fascino remoto
gli istanti o i tempi lunghi delle tue finestre,
quelle di pecore impensate sull’asfalto
verso uno stabbio calmo, di prato prossimo al fiume,
ad un altro passaggio, senza furia di tempo,
in cui restiamo, in cui non ci perdiamo.

*

(io non sapevo)

io, flagellante il petto mi percuoto,
perché dopo quel tempo il mondo è vuoto
eppure non è vuoto:
sapendo non sapevo il bene
assieme, nella gioia comune,
apparecchiata calda ed usuale,
era quel bene che permane, albero e seme,
e pranzo di Natale

*

(maturazione)

E non esiste fine, solo maturazione
piena di un frutto che illumina
e si fa presente come una vittoria
infinita, l’amore contro il tempo
– questo, nostro – di sempre.
E si ritorna, si avanza
nell’abbraccio che ritorna.

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