Valentino Ronchi: come una nouvelle vague milanese

Valentino Ronchi, PRIMO E PARZIALE RESOCONTO DI UNA STORIA D’AMORE, nottetempo 2016

“Un libro stravagante, struggente e sapienziale”, annota Gilberto Sacerdoti nella quarta di copertina. E si potrebbe intendere questa “sapienza” nella dimensione del dopo, di un tempo già trascorso, quando ogni possibilità di comprendere era possibile e nulla, invece, è stato compreso. Vissuto, piuttosto, non compreso: “Come diceva quel verso di Char / qualcosa tipo siamo divisi fra il dolore / di aver conosciuto e il desiderio immenso /e struggente di conoscere ancora”, p. 84.

I personaggi di questa narrazione in versi, musicalissima, sono, in effetti, ragazzi e ragazze che stanno crescendo, in procinto di abbandonare l’età di mezzo e di incamminarsi verso i sentieri e i ristagni della vita. E’ indicativo il capitoletto intitolato “L’anno dei matrimoni”, in cui uno sguardo esterno – ma non distante – assiste e partecipa al rito per antonomasia che segna per sempre l’uscita dalla giovane età, il matrimonio.

E’ uno sguardo sospeso tra un desiderio di completamento e una resistenza a durare nell’infinitezza, sospendendo eternamente la vita a un filo che non si spezza, che nulla vorrebbe lasciare e nessuna certezza guadagnare: “Ci vorrà ancora qualche anno perché / io abbia la forza di dirlo pronunciarlo / a voce alta, ma questa che va a cominciare / qui, salendo su da questi orti indisciplinati / e secchi è chiaramente una delle mie ultime / estati. Intendo che le prime le assolate azzurre / lontane da qualsivoglia senso della fine / sono passate ormai”, p. 74.

Sarebbe sbagliato, allora, definire il tema di questo libro nel contesto del romanzo di formazione. Piuttosto, sulla soglia della maturità, la voce narrante fa esperienza di un velocissimo trapasso e di una povertà di pensiero –  se pensiero prima c’è stato – . Molte figure, soprattutto nella prima parte del libro, sono giovani universitari inquadrati mentre leggono libri, figure di adolescenti che sembrano guardarsi allo specchio – un po’ di moda nel vestire, un po’ di spoccheria esistenzialista, tutti tratti tipici di quell’età –. Giovani donne e uomini che si corteggiano, che si lasciano e si prendono con leggerezza, seduti ai tavolini dei bar, sulle panchine assolate o gelide di una Milano che accoglie e distanzia.

C’è del cinema, senz’altro, in questo libro. Questi tableau quasi in bianco e nero, potremmo riconoscerli in un qualsiasi film della Nouvelle Vague francese: “Comincia l’anno una mattina a Lambrate / smaltite le febbri, l’aria è docile, quasi / calda. I treni vanno anche quando è festa / e tutti dormono, tranne noi e quelli / che salgono e scendono dai treni / nelle stazioni secondarie,  periferiche / e quelli che i treni li guidano”, p. 14.

Visi di giovani ragazzi dipinti dalle parole nello sfondo di nuances grigriastre e morbide, ad indicare leggerezza e malinconia, un insieme di valori che sembrano escludere disastri sociali, smottamenti epocali, utopie, distopie: “Tu // arrivi col cappotto aperto, un caban blu / ma stretto: da oggi, già da questa lontana / mattina, ce ne andiamo per il quartiere / come uguale faremo fra anni. Lo stesso / passo, discorsi simili, simili i desideri / e i palazzi attorno, i bar e i confini tracciati / dei binari, ponti che ci puoi passare sotto / e terrapieni occhiuti che guardano fissi / dentro le stanze mezze nude delle case”, p. 14.

E’ una giovinezza eterna, questa di Ronchi, bloccata in un tempo della vita che molto assomiglia all’istante di una fotografia o al fermo immagine di una inquadratura cinematografica. Tutta la sezione “Cosa ce ne faremo del cinema?”, suggerisce espressamente il peso della suggestione che la settima arte esercita sull’immaginario del poeta; quasi uno svagare necessario per poter cogliere della realtà la sostanza celata sotto un leggerissimo strato di apparenza, rotto il quale ci troviamo improvvisamente risucchiati da  un vortice di fragili relazioni, di insufficienti soluzioni, di frizioni psicologiche quasi sempre incontrollabili.

Piacerà molto questo libro, agli amanti di Milano. Ronchi ne descrive angoli, strade, locali, periferie, condomini, con leggerezza e amara malinconia, fino a rivelare il luogo della visione da dove sono arrivate le parole e perché, dal loro nascondiglio segreto, si sono poi riversate sulla vita: “Primo parziale resoconto di una storia  / d’amore, scritto nei pomeriggi brevi / di un inverno qualsiasi, al quinto piano /di un palazzo fra altri della periferia. / Piccolo film, operetta svagata, magari / non facile da catalogare, per sua natura / incompiuta, allusiva, dal montaggio quasi / grezzo, ma serrato, a modo suo ( Reitz, Carné, / Bressane?), p. 91.

Questa vita, dopo i rituali della partita di pallone e dei fallimenti, è quella letteralmente nuova dei bambini –  “(Proprio ora una bimbina // apre la porta della stanza”, p. 91 – che improvvisamente si mostrano nell’ultima sezione del libro; è la vita dei padri, la cura, gli oggetti piccoli, i vecchi nello sfondo che non ricordano più; è il tema di una minima, forse raggiunta provvisoria saggezza: “O, bambini, nelle aie / e nei cortili subito dopo il pranzo fino a sera. Ma / a noi non importa, noi non ci muoviamo da qui / ci stiamo bene, checché ne dica il cameriere. E’ / la fretta di morire, ragazze mie, la cosa che molti / hanno addosso -–  così mi pare – e che invece / noi faremo di tutto, insieme, per scansare.” p. 101

(recensione apparsa su IL SEGNALE N. 111)

 

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