Salvatore Pagliuca: vissi di nulla, di odori…

Salvatore Pagliuca, Nummunàt, (Nomea) Arcipelago Itaca 2018

Nomea: fama per lo più cattiva, recita il vocabolario. Si potrebbe pensare allora, che le persone nominate nel libro non siano proprio delle belle persone, o che abbiano acquistato, nel tempo, fama di irrispettabili.
In realtà nomea, in dialetto, almeno nel mio, il siciliano, è termine che designa un racconto per sentito dire, uno sparlare inconsapevole, e quindi persino favolistico, tanto che il racconto dei fatti può coincidere addirittura col favoloso, con una dimensione spuria della vita.
Ritornando al testo di Salvatore Pagliuca; le persone di cui egli parla abitano la sfera della rievocazione, del ritratto breve e intensivo. Intensivo soprattutto negli ultimi versi dei testi, nella chiusa esemplare, capace di conchiudere e racchiudere il volto e i gesti in poche parole.
Volti e gesti. L’essere s’incarna nell’azione, nel suo rivoltarsi nel mondo. I fatti sono insignificanti, piccoli, bassa vita e bassa letteratura, potrebbe dire qualcuno, ma “basso” è la constatazione di una parola umile, che non vuole significare niente, alcun potere vuole reclamare per sé.
E quindi letteratura bassa, fatta di vita che si è fatta polvere; requisito necessario per essere niente nella parola. Antonietta, Domenico, Berardino, Caterina, Elisabetta, Felice, Gerardina, Ignazio, Lucietta, Michele, Nunziata, Orazio, Palmina, Quirico, Rosetta, Salvatore, Teresa, Urbano, Vincenzina… tutte fiammelle che splendevano, e che non splendono più. Splendono, invece, in ciò che avanza della luce della vita, nelle parole della poesia; si siedono timidamente sulle loro tombe e per un attimo chiedono di essere raccontati.
Ce ne andiamo senza conoscere,
vacche senza campana.
Ci teniamo bassi, storditi,
senza sapere che inciampiamo nel cielo.

p. 61
Spoon River, certamente – un’operazione simile, ma ancora con forti debiti verso la vita, si può leggere in un recente libro in dialetto di Piero Marelli …. – Il dialetto di Salvatore Pagliuca, con tutte le sue parole spesso monche, private di vocale nella finale, suggestivamente sembra rendere l’impressione della sospensione di queste vite, o evocando una voce ad libitum sperduta negli abissi del tempo. Senza però rinunciare a un’asprezza di pronuncia, di stridore sillabico che l’italiano non riesce a rendere. Vedi il bellissimo “A Berardino gli brillavano gli occhi”;

…E ‘ncim annasch’ refol’, assozz’
frasch’, cu lu crunàl’ ruvot’
pešcunazz. ‘Craj o piscraj…

p. 12

…E in cima fiuta refoli, cima
cespugli, con il bastone rigira
i grossi massi.

 

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