Ivano Mugnaini: come sarebbe bello, Silvano …

Ivano Mugnaini, LA CRETA INDOCILE, Oèdipus 2018

Sono a pagina tredici e già sento incombere il clima di un tremore necessario, dell’attesa di tempi peggiori! Detto a chiare lettere e senza sotterfugi:

Quando verrà l’inverno, vero,
mortalmente sano, geleranno i virus
e le parole, si serreranno strette, spaurite,
le bocche spalancate dei bambini e i latrati
di cani straniti dal cigolio dei cancelli,
gli sguardi gialli sollevati verso vetri ignoti.

Piomberà, freccia, ferita, la sferzata
di un vento di neve. Respirare
sarà azzardo, scommessa vitale, mossa
fragile sull’orlo di un dirupo. Sarà sentire,
nel fiato della tramontana, la voce,
l’urlo mai spento del lupo. Riconoscerlo
affine, vicino, sarà morire nei suoi stessi occhi,
nelle ossa appuntite, tornando magri, leggeri,
nei fianchi e nei passi voraci,
ancora affamati di tenerezze
feroci.

p. 12

Inutile nascondere la testa sotto le ali, ché, queste, sono già rosicchiate dagli esiti del cattivo mondo che con pervicacia satanica ci siamo costruiti addosso.
Detto questo, Ivano Mugnaini, forse per malcelato timore che il gelo possa veramente scendere mentre siamo ancora vivi, prova ad indicare un rimedio che tuttavia non dipende da noi:

Qualcosa dentro ancora non si adatta,
non si adegua, continua a pulsare per moto
proprio, ad ammalarsi, a guarire, con impulso
autonomo, indipendente; scorre la vita
a dispetto di te, ti porta, immobile, su lidi
secchi, inattesi, proprio nell’attimo in cui
senti che niente muta il niente che, lento,
divora.

Ma qualcosa ancora non si attanaglia,
non si allinea. Sfiora la superficie di un pensiero
cristallino, perla di luce ignota, tanto salda
da farti oscillare, scivolando via da te
con riso stranito, sognando il tonfo, il crepitio
sarcastico, il profilo cupo
dello scoglio. O un prato semplice, bambino,
dove la distanza è solo
il salto di un fosso, di slancio, ad occhi chiusi;
l’attimo in cui la mente diventa riflesso dorato,
riso profondo, leggero, del cuore.

p. 13

Ma l’allarme prosegue ancora dopo: il poeta è in fila, per strada. Mentre con la sua vettura tenta di liberarsi dal traffico, osserva l’operaio che, sapiente, stende il bitume; e questi, a sua volta, osserva il poeta blaterare dal finestrino la sua rabbia. L’operaio ride, mentre, in tutto quel gran caldo, “il cervello si tritura / in una pasta farinosa” e non sa se potrà resistere almeno la parola, “irriderla, violentarla / e lasciarla lì, occhi gelidi, incolume, / feroce, ancora serena” p. 14.
Nel terzo testo della raccolta, il poeta ha descritto una pietra che freme, invidiando il suo stato di essere interno che accoglie ma rimane immobile. Poi ha immaginato di cogliere un attimo di eternità osservando le braccia spalancate di una ragazza nuda, “ senza cercare / niente di più del battito / delle tempie e del fuoco del sudore”, p. 16.
Questo il quadro nervoso, vacillante, del libro, il cui tema è la distonia di una voce che non entra in armonia, che anela un paesaggio impossibile da comporre, “come se il vizio / di vivere fosse una colpa / che non sai smettere di sentire”, p.17.
Tra la Bellezza di Rimbaud sculacciata sulle ginocchia e quella di Baudelaire colta fugacemente per le strade di Parigi, Mugnaini ci dice che, in fondo nulla è cambiato, né le parole e neanche le strade della vita:

I bambini là fuori, ridono di gioia
vedendo uno sprazzo di sole
che sbuca tra le nuvole.
Sono gli stessi con cui, tra qualche anno,
dividerai il buio degli sguardi e il silenzio
delle parole.
Sono gli stessi che sfrecceranno sulla strada,
ombre tetre, mutilando la carezza
delle foglie.
Forse lo sono, anzi, lo sono certamente.
Ma intanto ridono, e alzare la testa
per vedere il sole, è anche per te, ora,
una forma vitale di follia.

p. 24

Che rapporto c’è, insomma, tra la parola e la cosa, intendendo per “cosa” l’esperienza tutta della vita? E’ la parola che si annienta nella cosa o viceversa?
Mugnaini sembra protendere verso verso una terza via, tuttavia non sempre dichiarata o additata come la meta ultima; piuttosto, una valvola dei momenti buio, di quando lo sguardo è stanco e le parole non bastano più. Si tratta di una propensione all’evasione, l’azzeramento del senso a favore di un essere che non ha pensiero, che è, punto e basta:

Come sarebbe bello, Silvano, se tu ed io
e qualche altro profugo disperso fossimo presi
per incantamento e ci ritrovassimo su un prato
verde sotto il sole dell’Ottocento, ilari,
disperati, stralunati ma neppure troppo,
di sicuro più a nostro agio che in questo
secolo rapido e rapace.

p.33

L’essere attende il nulla, il suo elementare non essere, non essere più, privo di sensi, insensato. Ma forse già qui, nel naturale, non nell’ombra: “Sarebbe tempo, / se il tempo non fosse fragile, imperfetto”, p. 36.
Chi è che sogna il dominio di un non tempo, di un tempo edulcorato, non metabolizzato? Di un tempo che persino s’insinua nel discorso e lo sgretola, lo frantuma? Il “non amore”, dice Mugnaini, esige, forse, un non essere per ritornare ad essere poi.

Forse proprio quando comprendi meno
scorgi una chiave, ed è consolazione
sapere che niente si apre, nessuno
squarcio di luce; tace il mondo,
solo il tempo si muove assieme al sangue
intravisto in fotogrammi ingurgitati
assieme a un piatto di cibo che scordi
prima di averlo metabolizzato.
Tra foga e vomito, fame e apatia,
diventi silenzio che strozza senza rabbia
la parola, passato che non sai scacciare.
Perdi il senso dello sguardo, la mano,
il sudore. La voce si insinua nella gabbia
e la frantuma, bocca spalancata, schiuma
di folle che sa bene quanto sia amaro
il non amore.

p. 37

Viviamo il tempo dell’attesa, del rischio, del peccato mortale, della imperitura riflessione: “Perfino l’aria, elemento vitale, / alimento dell’esistere, si fa scommessa, / rischio, peccato mortale. Andare / alla finestra, alla luce del sole, dovrebbe / essere impulso, palpito delle vene. E’ diventato / tempo, riflessione”, p.49. Questo, con improvvisi slanci per andare oltre, tirarsi fuori dal silenzio, ricordando che siamo stati e da dove veniamo; ricordando che non tutto può essere compreso e che la fuga è possibile e forse necessaria.
Il sensuale del libro, le infinite descrizioni del corpo femminile, ancella/musa di un istinto naturale del tutto svincolato dal raziocinio, sembra essere l’unica àncora di salvezza a cui saldamente si appiglia la scrittura disillusa di Mugnaini, proiettandola verso l’illusione o la speranza di un ultramondo, immortale a suo modo, o semplicemente il migliore dei mondi possibili.

 

 

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