Piero Marelli: cosa possono ancora scrivere i grandi vecchi

Piero Marelli, ‘N GIR A PE‘, LietoColle 2018

Capita ancora, a volte, di emozionarsi leggendo un libro di poesia – sempre meno, devo dire , ingabbiati come sono, i libri, in logiche di ogni tipo che li stritolano in meccanismi di autocensura, o di censura culturale, persino generazionale -.
Quando, invece, essi respirano nella logica naturale degli organismi viventi, noi li sentiamo respirare in noi, sentiamo il dolore e la gioia che si propagano come una puntura di spina o di rosa – devo pur sopportare qualche bruco per conoscere le farfalle -.
Cos’altro ha da perdere, da controllare, da autocensurare un poeta come Piero Marelli, dopo tanti anni di libri di poesia e traduzioni? Piero è uno di quei poeti che ha bisogno della poesia come il pane e l’acqua, che ha bisogno di riscriverla tutte le volte, come s’indossa un nuovo vestito della vita per assistere a una nuova aurora. Piero sembra ritornare sempre alla sua lingua, il dialetto, come si ritorna al ricordo della prima casa, del primo bacio.
Ci ritorna camminando a piedi e recuperando un rapporto naturale con i nomi delle cose e delle persone, la loro naturale urgenza di esistere fuori dai libri e dalla letteratura, di resistere al tempo. Scrive un suo dolcissimo “Spoon River” , riportando sulla strada visi e parole, persone quasi personaggi, in quel modo del tutto naturale che ha certa letteratura di far coincidere persona e personaggio e in questo modo restituendo alla parola la sfida e l’utopia di poter essere “vera”, vera nel senso, forse, di un “en plain air” che riconosce come tramite solo la luce – è la luce che ci fa apparire e scomparire, che ci fa essere essere o non essere -.
E’ luce crepuscolare, certamente, questa di Piero, salvifica nel senso di saper celebrare la vita che è stata, e che sta per non essere, splendente, nell’attimo stesso del suo fermarsi.
Luce sensuale – quanti ritratti di giovani bellissime e di vedove che vorrebbero ritornare giovani! – e luce stridente che forma ombre portate sulle carnagione di uomini burberi, persone che si danno nella caratterizzazione di caratteri assoluti.
E’ dunque lingua anche realista, ironica e cattiva, come a voler scoperchiare gli altarini della forma, appellandosi a una riflessione sottintesa sul senso della poesia e approdando in questo libro a una quieta e splendida rinuncia del “poetico”.

Adesso questa faccia ha ceduto il passo
allo specchio che incomincia con fatica a riconoscerla,
i cortili dell’infanzia hanno altre voci, consapevoli
che il mondo e le nostre parole stanno andando
dove gli anni passati nemmeno sospettavano,
ma i loro doni li ho riconosciuti nei nomi che le notti
mormorano nel dormiveglia. C’è un tramonto che falsifica
le grammatiche, ma che certamente ricordano (ricorderanno?)
i campi di grano quando l’ultimo giorno di scuola
li faceva ritrovare come sempre, dove i sentieri di polvere
supponevano una loro eternità. E’ un addio, questo?
Un ringraziamento per i nomi dei paesi che non sai più ripetere,
cartelli stradali con doppi nomi ridicoli?
L’eredità di poche parole da dire, un bosco
con ancora la capacità di acclamare le stagioni, adunanze
pastorali che hanno passato il testimone ai picnic…
Allora togliti dalla bocca il delirio delle cose
che sai bene che non potrai più ritrovare,
anche se queste pagine hanno accettato parole
ormai mezze inutili e mezze ancora necessarie
per alzare nel tempo la loro piccola scommessa.
Scrivi di una vecchia mappa che ti fa perdere
la strada, non avere paura di confondere I tempi verbali,
ignora l’occhio feroce dei congiuntivi, sorridi della mancanza
di un gerundio, scrivi di un miracolo che è semplicemente
il giorno che ancora una volta chiede di venirti incontro.
p. 107

Il vitalismo di Piero Marelli tende ad evitare le ombre drammatiche. Rimane, certamente, entro il limite di una saggia resistenza nel constatare il tracollo di un mondo al quale egli appartiene solo in parte, per ineluttabilità destinale.
Riconosce questo tramonto nel destino della lingua stessa, nella sua metamorfosi, accogliendola in parte, portandola verso un’urgente consapevolezza di che cosa ci è rimasto da fare. Evita, insomma, di essere poeta di una lingua che non esiste più.

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