Daniela Pericone: ora vado a sparire

Daniela Pericone, DISTRATTE LE MANI, coup d’idée 2017

Sull’innegabile vuoto della vita e sul senso delle cose misteriose e inascoltate, la poesia s’interroga nell’unico modo che le é possibile; e cioè creare forme: “pensiero” e “sentire” consustanziali alle forme naturali.

L’arte e la vita, dicono
non fidare in un doppio talento…
p. 8

In questo libro di Daniela Pericone, leggiamo di interrogazioni, possibili risposte ricavate dall’esperienza, più o meno dolorosa, di un essere “paziente”, cioè predisposto a sopportare il dolore.
Ma sentiamo anche, per contrasto, l’altro registro dei suoni, suoni sghembi, rugginosi, contratti, stridenti contro le superfici:

Eccola la torcia
che si dà fuoco
da sé a sé sola
s’abbruna
autocombusta
si ama e si divora
lecca lo sbavo
di fiamma in cruore
che non cola
e ancora ancora
s’alluma da sé sola
non considera
la cenere che l’incava
slarga la vampa
che la stura
in abbranco di sole
si disverna
disfama e si trasfuria.

p. 15

Sono assonanze che vogliono indicarci un procedere per sottrazioni successive fino al substrato di un suono scivoloso e quieto – mai raggiunto – come una barca che avanzi, finalmente quieta, nella serenità di un tramonto.
E invece leggiamo dello schianto di un tempo/corpo, di uno scacco:

Troppi denti sguainati e rivalse
di lega scadente – corpi che virano
a lame impreviste di rabbia
indomata. Battono rombi alle tempie
in pena di quanto accorre
alle vene piombo
fuso ma lieve.

p. 22

Anche la scrittura, in un paio di testi programmatici, è descritta come lotta, guerra, sparpagliamento di rovine da ricomporre dopo un travolgimento, nello sfondo di un paesaggio psicologico che fonde drammaticamente poesia e vita; ché, il dolore, è come la risultante di cause personali e sociali, cosicché le nostre risposte sono sempre labili tentativi di salvazione e lallazione.
E’ un libro, questo, in forma di proseguimento del precedente, L’INCIAMPO, luogo indicativo di separazioni e strappi, qui emergenti come domande non risolte, dichiarazioni di storie e parole che non ci lasciano stare, che ci perseguitano fino alla fine.
La speranza è quella di poterci fermare, finalmente, davanti a uno specchio d’acqua, un frastuono di bambini che giocano in lontananza, una leggera pioggia di foglie autunnali.
Forse, così, sarebbe finita la nostra arte, ma non importa; saremmo, noi stessi, elementi finalmente appagati di un paesaggio che prima ci sfuggiva.

ora vado a sparire, vi lascio dire fare
parlare, mi lascio stordire, voi lasciatemi
stare, io per me non sono niente, né voi
siete niente niente per me – un treno
m’è caduto ai piedi, no sono io caduta
da un treno, io ho deragliato, ho tirato
su il fiato, su l’ho tirato, giù mi tiro
giù, fuori tiro da tutti, fuori da tutti i furori
fuori di me fuori

p.24

padre che non ebbi ventura
di incontrare eppur mi riconosco
nome in cui mi inoltro e specchio
soliltario grembo alla solitudine
ch’è amica sempre ai disertori
eresiarca cui mi stringe
pressura di secoli presenti
spargitore d’ambra caro
alla penombra poeta

p. 45

Sono gli unici testi della raccolta che finiscono senza punteggiatura. Non so se si tratta di refusi, ma è evidente che queste poesie sono accomunate da un’apertura verso il grande cancello dell’ombra e della perdita di senso: nel primo la parola isterica e senza più difese, scoppiata tra le mani di un oracolo femminile; nel secondo, il sentimento di una perdita avvertita fin dall’inizio: sigillo dell’esperienza poetica.

Iseo, 28 agosto 2018

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