Zara Finzi: è di neve il silenzio

Zara Finzi, LE FORME DELLA NEVE, Manni 2018

La nostra percezione della neve è probabilmente legata alle fantasie sull’ “altrove” più di ogni altro elemento.
Deve essere proprio così se a chiedere della presenza della neve in paradiso è una bambina, come se questa presenza garantisse una condizione di stabilità e di gioia, di purificazione e annullamento. Oppure, se lo chiede una bambina, la neve è forse il ricordo lontanissimo di un edem.
Questa neve è “fata” ma solo in parte, insieme a molte altre condizioni cangianti e per niente tranquillizzanti.
Si avverte già dai primi testi la variabilità delle forme (non di una forma unica); uno stato di sospensione che è possibilità, eventualità.

sospesa fra notte e
campo, lei aspetta
(come da una mano all’altra
la rosa) il suo destino

p. 14

Questa richiesta di nitore, di desiderata agnizione, avviene prima dello schianto della caduta, del precario sfaldamento, perché è nel momento stesso dell’impatto che la neve si fa dolore e domanda, mentre prima è solo sguardo.
Neve “femmina”, che

genera accoglie nutre
sferza minaccia tradisce
calma accarezza allevia

bianca

femmina

p. 18

fino a rivelarsi “madre” sopra il cielo drammatico di Aleppo; neve che annuncia l’esilio.

cade ora, cade madre
ora, la neve in
aleppo, la sua distesa
sorvegliata dal vento e dalla
notte, cade ora, cade
madre, annuncia l’esilio.

nella luce della vigilia
a dismisura trascolora
quanto di te è già
bianco e cade, cade
ora, madre, annuncia

p. 22

La parusia di una possibile risposta del divino s’infrange letteralmente contro lo scheletro del suo corpo bianco e fragile, dichiarandosi testimone e agnello sacrificale dei disastri causati dall’umano, dalle azioni e dalle dichiarazioni che le seguono o le precedono. Così questa neve che cade sembra essa stessa portatrice dell presagio di una sconfitta nella parola stessa, nell’annuncio della parola:

vedi, letizia, la neve
cade mentre tutto
sta accadendo, il
mondo è in bilico sul
crinale, sull’abisso, ma
ancòra non è la fine

ancòra no

non mentre nevica

p. 30

Non mentre nevica, ma dopo è la sconfitta.

perché lo svanire è
quest’ultima neve caduta
con neri fiocchi oltre
i cancelli dove
arbeit macht frei, non
dovevi non

p. 42

E dunque, che nevichi per sempre!

Ma il dolore è ancora in tutta la sequenza dedicata al terremoto dell’Abruzzo e agli altri paesaggi immaginati dalla distopia del male, tanto che questa neve si rivela come il desiderio verso il silenzio della parola stessa, il suo scacco, la sua sconfitta:

ancòra ancòra è di neve il
silenzio.
ciò che è stato è sempre.
e più adesso che il tempo
si riduce e anche il testo
si fa più breve

p. 60

Eppure, eppure è ancora possibile immaginare l’abbassamento tonale come una forma della salvezza, una semplificazione della complessità nel bianco; che è, forse, armonia, o forse grembo dove ancora nulla è accaduto; dove siamo provvisori, pulviscolo, indistinti, innocenti…

assorbi tutta la luce
e la trasformi.
perché allora non
fai di me
una creatura provvisoria
poco più di un
pulviscolo di inutili spaventi

p. 58

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