Stefano Vitale: un fiore rosso ai piedi del letto

Stefano Vitale, LA SAGGEZZA DEGLI UBRIACHI, La Vita Felice 2017

La saggezza degli ubriachi allude a un abbassamento del tono della scrittura… e del senso; a uno sguardo tenuto basso e volutamente disperso, per necessità di resistenza.
Lo dice, Stefano Vitale, in forma di preludio, nel testo utilizzato in esergo:

Mi sveglio la mattina
e non sento il corpo se non come peso
abbandonato alla deriva della prima luce:
sarà questa la più dolce e chiara
percezione del reale che ci resta?
Tutto il resto, intanto, è preparare piani segreti
mappe di resistenza, attraversare campi minati
e tagliare barriere di filo spinato
fino a quando la porta si richiude al mondo
e possiamo deporre un fiore rosso
ai piedi del letto della nostra piccola pace.

Gran parte del libro è rivolto a un “noi” corale che vive nella grande complessità del mondo, esortato a riflettere sul senso della propria vita, sui meccanismi che ci imbrigliano e sulle conseguenze, in genere nefaste, del nostro procedere, del nostro fare Storia.
Questa “Storia” con la “S” maiuscola, si pone, dunque, in funzione di Clio, ma non nel senso classico di musa che smuove senso e possibilità, ma di statua indurita e sbeccata, causa dello sdrucciolare verso i confini di un caos sempre più incontrollabile.
Ne consegue il tono didascalico (nel senso etimologico) del libro; il sentire, cioè, l’urgenza dell’indicare i danni, del ricomporre lo scenario di un’antropologia dignitosamente condivisibile: “Siamo fatti della stessa materia dei nostri sbagli”, scrive Vitale, ribaltando la formula più rassicurante del “Siamo fatti della stesa sostanza dei sogni”, in cui, almeno, si tracciava uno spazio del possibile, dell’utopia.
Vitale sembra riprendere il classico pessimismo montaliano della negazione della conoscenza e dell’essere, attualizzandolo alla luce di un’ulteriore disfacimento della società dei consumi e del depauperamento dell’apparato dei valori. Non funziona più neanche lo specchio, allora, luogo per antonomasia dell’autocoscienza, almeno di fronte a se stessi, al proprio dio interiore: “Non ci sono specchi cristallini / dove ogni cosa corrisponde a se stessa / ma nuvole di vapore che sfumano il gesto / nell’illusione della precisione”, p. 14; “Ci spaventa l’idea d’incontrare il nostro gemello / che ci mostri sorridendo / la fotografia ingiallita / di quel che diventeremo”, p. 18; non funzionano più le apparenze, eppure veri baluardi dell’ipocrisia alla quale i rapporti sociali ci hanno abituati da tempo: “Desideriamo soste felici di sospensione / nella congettura che gli altri hanno di noi / nell’illusione di presentarci intelligenti / perché silenti e talvolta sorridenti / anche un po’ distratti / eppure così affidabili e improbabili”, p. 15.
L’io si è perso, inesorabilmente; ogni ricerca, indagine, non può che redigere il verbale postumo di una sconfitta: “ Si sta fermi sulle scale / a guardare la folgore spezzata / della propria vita balenare: / l’illusione del futuro è troppo vischiosa / e nell’inganno vacillano anche le stelle”, p. 19.

Così giriamo in tondo
ritti sulla nostra rotta
di un viaggio storto in cerchi di giostra.
Nuvole basse e grigie
ci accompagnano da lontano
ventre d’acqua che ci ha generato
e dove torneremo svaporando
rapidi e silenziosi
come questo sangue scuro
che intanto macina nelle nostre vene
e agita le nostre sere.

p. 23

Io sono e non mi vedo”, p. 19 “perché il Vero sta nell’oltrepassare, / nel dettaglio dove si nasconde il primo sguardo / il nostro Esserci, in piedi, di tanto in tanto, / dritti e sinceri”, p. 16.
Una richiesta, lancinante, com’è evidente, di sincerità e chiarezza, di rispetto, che non ci è permesso realizzare se non nella forma tragica della recita sociale, del finto essere per essere quietamente, “nell’astuzia della Storia”, p. 29.
Non rientra, nella funzioni della poesia, lo sappiamo, quella di indicare soluzioni, formule politiche, analisi antropologiche. La poesia lavora per immagini, percepisce a occhi socchiusi, ci suggerisce diversi modi di guardare e di percepire la realtà dentro la quale siamo inesorabilmente immersi. Per esempio punti di vista, altri modi di vedere, come l’occhio di una macchina fotografica che inquadra, o di un pittore che dipinge: “Ridurre il campo visivo / alla coda dell’occhio / per meglio vedere ciò che resta nascosto / allo sguardo troppo sicuro”, p. 56.
Ci troviamo, ora, nella dimensione del “naturale”, “Andiamo / passo dopo passo / all’indietro / verso la prima e ultima luce”, p. 49, un luogo in cui sia possibile sottrarre al tempo degli uomini la parola, svestendola, ”Tirar fuori dalla selva del tempo / una parola certa e precisa / che ci rassomigli una volta per tutte / per dare un senso / al silenzioso scrutarsi delle cose: / è questa l’incrollabile speranza / di ogni arte”, p. 53.
Qual è, dunque, questo nuovo punto di vista? E’ quello adottato nella sezione “Dal terrazzo”, in cui Stefano Vitale decide di allontanarsi dal male e dal dolore della strada guardando il mondo dall’alto, a una certa distanza, e captando i segnali di un altro mondo: della flora e della fauna, dei segnali del cielo, dei mutamenti delle correnti d’aria. Il mondo, cioè, nel modo in cui continua ad esistere, incurante della nostra presenza, secondo una logica che non può essere sottoposta a catene: “I ciottoli non si lasciano addomesticare / fino alla fine ci guarderanno / con occhio calmo e molto chiaro”, (Zbignbiew Herbert, Il ciottolo, citato in esergo).
Ecco allora apparire i fiori coltivati, “la sera / del profumo di eucalipti e gelsomini / acquattati nelle viscere della memoria”, p. 60; “l’acero rosso di ruggine e di fuoco”, p. 61: forme dell’Essere che ritorna sempre, secondo un meccanismo naturalissimo del nascere e del morire, e ancora rinascere.
In questo azzurro dall’alto, anche la parola è smossa da un’onda di vento improvvisa che “solleva i giornali, agita le foglie / scompiglia quel poco di pensieri / rimasti a guardare noi qui, / cose tra le cose, / posate per caso sulla tavola del tempo / senza nome, senza prezzo / almeno sino quando / governa il silenzio”, p. 63.
Potremmo concludere qui queste note. Occorre aggiungere, però, che la ricerca di armonia e di silenzio, nell’ultima sezione del libro, intende sondare i territori della “non parola” per antonomasia, quella lingua che comunica senza parole utilizzando un vocabolario intellegibile: la musica. Stefano Vitale sembra suggerirci, alla fine del suo percorso, un successivo slittamento del senso; dai territori di una comunicazione sempre più funzionale ai bisogni di una società corrotta, alla parola dell’angelo, al suo smuovere l’aria per dirci, per portarci oltre; esperienza che, tuttavia, possiamo immaginare solo idealmente:


Nell’immobile vortice dell’attesa
l’intimo ruotare di sé
è l’unico suono concesso
nell’imminente immensa catastrofe
le stelle piangono l’ingiustizia del mondo.

L’angelo di Alban
sorride ancora mestamente
dietro le corde del suo violino
gli occhi chiusi, il capo reclinato
vibrando le ali a vuoto
in attesa dell’ultimo volo.

(Alban Berg: Concerto per violino e orchestra…)

op. 80

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