Gabriela Fantato: Stato d’allerta

Gabriela Fantato, LA SECONDA VOCE, transeuropa 2018

Il titolo di questo libro, suggerisce, come motivo conduttore, il tema del “vivere la vita” in dignità ontologica, oltre che antropologica; cioè, non solo secondo le regole che gli uomini si sono dati per vivere meglio, ma secondo il riconoscimento di una centralità che spetta alle creature di diritto, per il semplice fatto di essere state create, di esistere.
“La seconda voce” raccoglie le poesie della sezione finale dedicata alla poetessa Marina Cvetaeva, morta suicida dopo il ritorno nella sua Russia. Scrive Gabriela: – Immagino qui la sua ultima notte, la decisione del suicidio presa per “eccesso di vita”, per l’impossibilità di vivere una vita “mediocre” -. Sta di fatto che, messe da parte tutte le ideologizzazioni e gli idealismi, persino letterari, intorno al suicidio, esso rimane, almeno nella cultura moderna occidentale, un segno di rinuncia e di sconfitta, una dichiarazione di silenzio che la polis deve in qualche modo arginare. Il vivere in eccesso di vita dichiarato da Marina, è un lusso antico, riservato agli uomini forti, che il nostro tempo non permette; oggi, accettare la mediocrità della vita vuol dire, semplicemente, imparare a vivere.
Ecco, allora, il senso di una seconda voce? Gabriela descrive molte morti in questo libro; persone morte già in vita, per perdita di dignità sociale, sconfitte e assalite da fratelli/lupi, o da condizioni destinali imperscrutabili. Le parole messe in bocca a Marina – Sei sulla terra con il corpo orfano e spietato come / solo i bambini quando nascono – sono le stesse che potrebbe pronunciare ogni vittima sacrificale della sua galleria di “vite rubate”: la donna che partorisce in bagno senza neanche accorgersi: “Un corpo piccolino, un corpo nudo e caldo / e niente, niente altro, nessun dolore che taglia / dove cresce la vita dentro la sua fine”; Natasha Kampusch, rapita mentre si recava a scuola e tenuta segregata dal suo aguzzino, per otto anni, dentro un’umida stanza nella quale partorirà anche dei figli: “Della pietà lei nutre la sua fame, / della paura il ventre le si gonfia di figli / di sogni amari come una preghiera di pianto”, p. 50; una ragazza di nome Martina, violentata, in stato di ubriachezza, da un ragazzo, nel bagno di una discoteca: “Tu gettata allo sguardo, offerta in sacrificio / a chi non ha altro cuore che lo schermo”, p. 49; Karola, che ha perso la casa durante l’uragano Katrina: “Le resta solo una trave di legno”, p. 44… Sono tutte figure al femminile, sottoposte all’oltraggio della Storia, per sovvertimento delle leggi universali e delle regole sociali.
Di tutte queste storie di violenza la più emblematica è quella di Hina Saleem “ragazza pachistana uccisa dal padre nel 2006 perché amava un ragazzo di Brescia e voleva vivere all’occidentale”, qui immaginata nelle vesti di un’Antigone moderna.
Annota Gabriela: – Mi pare che Hina e la sua vicenda incarnino la potenza tragica di Antigone ancora oggi, mostrando come “la legge del cuore” sia superiore a ogni “legge della polis” – . Detto con le parole di Danilo Dolci: “Esiste un amore della conoscenza, la filosofia, ma anche una conoscenza dell’amore, che è forse anch’essa filosofia”.
E’ una riflessione importante per capire il libro, ma anche tutto il ragionamento in versi di questa poetessa. L’essere vive, per natura e condizione, nel recinto degli uomini, co/stretto, per dignità e riconoscimento alle clausole del patto sociale. Molte immagini sottolineano questa appartenenza non propriamente voluta, iscritta nel nostro codice genetico per successive stratificazioni epocali: linea, perimetro, casa… – Codice terrestre, poi, è il titolo emblematico di un altro libro di Gabriela – .
Basta, dunque, questo sentirsi Comunità per negare la violenza, arginarla col potere delle Leggi? “Che cosa è la gioia, se non si è tutti nel silenzio e nel canto?”, ( Aldo Capitini, Colloquio morale). Ma le Leggi degli uomini non sono dotate di alcun potere salvifico in quanto la colpa in sé è inestinguibile e incancellabile. Danilo Dolci riconosceva nel sacrificio della carne – il farsi ostia, diceva – l’unico modo per neutralizzare il dolore “sociale”: basta che un solo uomo non lavori per poter sostenere che il patto non funziona.
Questo è il motivo per cui, nell’opera di Gabriela Fantato, e più chiaramente in quest’ultima prova, leggiamo di una frizione stilistica e di pensiero tra l’evocazione di una condizione destinale, obtorto collo, e un’altra, apparentemente più sopportabile, del vivere per vicinanza, per necessità di preservazione.


Dalla parte opposta scorrono carrelli
da ipermercato, scivolano dentro
– la nostalgia, oltre la ferita.

No, non è greve, questo perdere
questo slittar via, mi dici.
Lo smottamento corteggia la materia,
la mater materia offre nuove legature
e i nostri piedi non tengono il ghiaccio dentro la gola.

Unica certezza, unica sorte:
una comunità d’ignoti, in marcia, in ressa,
in fuga, nel balzo esatto
dentro l’addio.

p. 14

Come si vede, sembra dichiarato un dolore derivante dalla constatazione di un depauperamento della comunità, di una deriva verso una distopia.
La domanda, quindi, è fondante:

Chi scrisse la storia, dimmi, chi il pesaggio
nella verità di cavalli bradi e fucili?

p. 16

Si tratta, cioè, di capire se quella cosa che chiamiamo ”dolore” sia la conseguenza di un essere stati portati qui, in forma di bambini, o la causa di una malattia della città come avevano già intuito gli antichi, per esempio, nelle storie di Edipo e di Antigone.
Quale rimedio? La poesia non può rispondere con le armi della sociologia e della buona politica. Leggiamo, invece, in questo libro, l’indignazione e l’amore, il canto alto e l’invocazione. Questa, per esempio, bellissima:

Vita, vita schiacciata, vita che salva
non sei, vita dei senzanulla,
dei perduti e andati, dei mai trovati,
vieni! Vieni, vita dei senzavoce,
dei lasciati ai lati, vieni vita che sei
dentro le pieghe di un cielo tra le croci,
vita che scappi nel taglio.
Vita, sola certezza negata dentro i giorni.
Vieni, vita – sono qui, ti ascolto.

p. 21

Alla freddezza della Legge, quella di Dio o quella degli uomini, non importa, Gabriela Fantato contrappone la legge del cuore e della pietas, la legge delle madri contrapposta alla legge dell’etica condivisa, dell’urbe. Io parlerei, a buon ragione, di una sorta di umanesimo tutto al femminile, delle madri destinate ad accogliere piuttosto che a respingere, ad allattare invece di affamare, a comprendere invece di giudicare. E’ questa frizione, questa tensione sempre dichiarata il motivo del tono alto e allarmato del libro, scritto, sembrerebbe, quasi dentro uno stato di imminente guerra, nella terra di nessuno che separa la trincea nemica.
Sembra chiedersi Gabriela, anche se la domanda non è esplicita: In che che mondo vivranno i miei figli? Quali i loro valori, le loro strategie di sopravvivenza? Che cosa sto insegnando loro? Quali gravi colpe, io, tutti, madri, padri, comunità, stato, stiamo visceralmente trasmettendo nel loro inconscio? Che cosa stiamo lasciando? Quali armi abbiamo per guarire la città? Dobbiamo rivolgerci, come gli antichi, supplicando, agli indovinelli di un oracolo o alla pesatura delle anime di un tribunale?
Se allo Stato, alla Comunità, alle Istituzioni civili, infine, è d’obbligo chiedere il lavoro per un mondo migliore, i poeti possono solo cogliere per immagini il disappunto che serpeggia sotterraneo nelle coscienze, e che prima o poi si mostrerà:

Immergersi, scivolare dentro
i giorni diventare acqua, fiume e
lago che non sa la fine della notte,
scorrere nelle crepe, farsi vuoto e pieno,
concave le mani, immobile il battito,
senza nome eppure ecco, il dolore s’incunea,
e corre al delta.

Diventare un urlo che non smette di bussare,
non smette di scendere dove il buio
nasconde la mano
e la violenza è solo un altro giorno di tempesta,
eppure il nero schiaccia ancora
il silenzio, le nuvole non sanno la pace
del sasso, non sanno lo stare
immobile nel verde.

p. 20

Mi piace intitolare queste brevi note “Stato d’allerta”, perché i muri delle case sono fragili e forte è Artemide, la sovrana dell’esterno, che preme contro le porte della città.

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