IL SEGNALE n. 110

E’ uscito l’ultimo numero de IL SEGNALE, percorsi di ricerca letteraria.

Contiene, tra le altre cose, una riflessione sul tema dell’invidia (L’invidia, il vizio nel suo limite) a cura di Pancrazio Luisi, Simonetta Longo, Maria Lenti, Rossano Onano, Fabio Scotto.

Testi di Ian Seed, Gilberto Isella, Cettina Caliò, Vito Giuliana.

Letture critiche su Maurizio Cucchi  e su Joyce Mansour.

Recensioni, schede critiche e molto altro.

Su questo numero è ospitata una mia recensione che offro qui in lettura:

Roberto Mosi, ERATOTERAPIA, Ladolfi 2017

Dietro le parole di ogni autore ci sono altre parole che ne costituiscono l’imbastitura non detta: poetica, sottotesto, musa, macchinari, genio, personale dietro le quinte…Sono tutte parole ed espressioni, a volte colorite, che servono a rendere cosciente il lettore della consistenza di un pensiero, di una dichiarazione di intenti che a volte fa capolino, qua e là, come la presenza di certi pittori che appaiono sulle tele in forma di ritratto, di personaggio recitante.
Incuriosisce, dunque, il titolo di questa raccolta che dichiara subito la centralità della poesia e persino la sua funzione di pharmacon; – oggi, a dire il vero, la scrittura è una delle medicine più diffuse per riequilibrare i delicati rapporti tra mente e corpo; non costa nulla scrivere, basta una matita e un supporto – .
Roberto Masi allude anche a una funzione di restituzione al mondo, alle forme dell’esistenza, della parola, visto che Erato è musa della poesia corale, non solo dell’ego che mostra le sue vibrazioni sentimentali.
Nel testo finale, una lettera scritta per la nipotina che comincia a scrivere le sue prime poesie, Masi espone una dichiarazione di poetica corrispondente alle variazioni del suo dettato:
“Credo che sia possibile curarsi con la poesia, per vincere le paure, stati di sofferenza, per stringere sogni che passano in volo, per divertirsi”.
Un modo razionale di dire delle cose, “essenziale, senza fronzoli, che navighi in mezzo al vero della vita”, in una ricerca di equilibrio, lontano “da accenti eccessivi o sbiaditi. (…) La voce risuoni di un timbro autentico, non oscuro”, p. 53.
Terapia, dunque, come strumento capace di sbrogliare i nodi, di illuminare le cose, di riportarle a una luce comprensibile, piuttosto che lasciarle tra i risvolti oscuri del proprio mistero.
Poesia capace, persino, di indossare “la giubba gialla del giullare”, tema, questo, assai poco frequentato se non da pochissimi autori contemporanei – bisogna sempre ritornare ai tempi di Palazzeschi per incontrare esempi illustri; oppure riferirsi a quel genere minore che è la poesia scritta per i bambini dove filastrocche e humor abbondano – .
Del resto a me sembra che Mosi abbia in qualche modo preservato un rapporto con quell’entourage letterario del suo territorio, Firenze; soprattutto il paesaggio intorno a Firenze; un certo modo di descrivere le figure, nel modo di piccoli bozzetti, di scrittura en plain air.
Esempi se ne potrebbero riportare tantissimi, anche perché è presente nel libro una netta predominanza verso una ricerca del dato naturalistico, semplificato, rispetto alla complessità della città, quasi che Mosi volesse trovare il modo per realizzare gli intenti della sua poetica, “la voce risuoni di un timbro autentico”…
Del resto, in che modo rivolgersi ai primi vagiti poetici di una bambina se non provando a semplificare il discorso, a tornare indietro, all’origine, quando le parole giungono per la prima volta, abrupte, impure, ma ancora autenticamente poetiche?
Il pharmacon, allora, più che configurarsi come pratica della scrittura in sé, sembra essere costituito da un certo modo di guardare e di rivolgersi alle cose “naturali”: “Cammino / tra i fiori di maggio / dalle Cascine del Riccio / al Pian dei Giullari. / Cammino. / Dopo l’erta dei Catinai / si apre la vista su Firenze / città di bellezza elegante / preziosa come il profumo / del suo iris / dal tono austero, riservato. / Si rivela solo a chi la ama, / a chi la sa apprezzare.”, p.52.

Sebastiano Aglieco

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