Marco Ercolani: Cosa ci resta?

Marco Ercolani, NEL FERMO CENTRO DI POLVERE, Il Leggio Libreria Editrice 2018

Il pessimismo tragico dei Greci è giunto fino a noi nella sostanza e nella forma.
La sostanza è l’intuizione esistenziale semplice che ogni cosa tracima inesorabilmente nel grande lago dei destini e che le nostre decisioni a nulla valgano.
La forma riguarda, ma per i moderni, l’assunzione di una visionarietà che, pur partendo dalle cose, le trascina e le frantuma in lacerti di bellezza che fluttuano nello spazio della pagina come un lucido delirio ad occhi aperti. Dicevo solo per i moderni: certamente il coro delle tragedie è pervaso dall’armonia apollinea della musica, e cioè da una predisposizione alla forma e alla misura, meccanismo regolativo utile perché la Comunità possa capire e capirsi. In questo modo la Comunità può accogliere il canto, in quanto le leggi matematiche della musica abbinate alla parola, contribuiscono a non disgregare il senso: Il pianto che ne consegue non trascina le creature nel baratro di una misteriosa infinitezza ma le accoglie nel qui e ora, consolandole.
Questa forma del tragico è giunta fino a noi frammentata, contaminata, eppure vivissima nel significato del suo nucleo. Mentre la forma è rimasta “intatta” nella compattezza dei dispositivi retorici, diciamo pressappoco fino al romanticismo –  ma già senza la musica –  il novecento ne ha segnato la definitiva deflagrazione. Ecco allora i frammenti, le schegge impazzite, l’aporia del senso, l’isolamento drammatico della forma.
Ogni poeta moderno si è trovato a fare pesantemente i conti col problema del tragico. Esempio: perché dire che Leopardi è pessimista e non tragico?
Paul Celan conferma la scheggia, l’implosione sociale che precede l’esplosione formale.
In Milo De Angelis il tragico è il meccanismo immutato che conduce la parola al suo mistero…

Ora: provate a leggere questo libro di Marco Ercolani. E’ chiaro che si tratta di un libro tragico, costruito utilizzando frammenti compattati, secondo un puzzle che non è interessato ad approdare a nessuna immagine finale se non quella, iconica, del suo autore intento a costruire, decodificare, lanciare a destra e a manca biglietti nei quali il messaggio è sempre lo stesso:

Conoscenza è aria
mai nostra, miraggio.

p. 58

E cioè: la parola non provi a cercare perché non troverà nulla, e nulla potrà contro la grande porta chiusa della conoscenza.
La parola può solo il pianto, la consolazione, la malinconia, il riconoscimento della tragedia collettiva.
Sono testi, questi, che non anelano a un discorso complicato, a un poema, ma a un resoconto finale, sempre lo stesso, immutato nei millenni. C’è sempre da chiedersi, nel caso di scritture come queste, quali meccanismi interni conducano l’essere verso una siffatta e totale disillusione, negando alla parola un resoconto sociale, uno strumentario, una didaché. E’ scrittura che sembrerebbe opporsi frontalmente a prove di poesia dove, malgrado tutta la fatica della vita, sia ancora possibile stare vicini alle cose senza frantumarle, garantendone lo statuto sociale: la nominazione, la funzione…
Eppure, a ben guardare il significato della tragedia non si può che affermare una cosa: lo spiraglio di salvezza consiste nel riconoscimento della vicinanza, dell’altrui dolore, dell’altrui solitudine. Marco Ercolani, così, sembra parlare in nome della specie, non di una solitudine privata. Si può essere veramente tragici riconoscendosi abitanti dell’arena polverosa della Storia, della stessa fossa dei serpenti ad attendere la fine.
Non inganni, allora, l’altezza, il battere i pugni contro le porte di un dio silenzioso.
Ci sono versi che bisogna leggere più attentamente:

Siamo in vita solo per tornare
in quel giorno di luce e d’aria
dove amarci è il centro del vortice,
solo per essere dentro l’unico, fra tutti,
interminabile, bellissimo, nostro, limpido
giorno,
fra cielo e terra, senza pietre d’ombra,
mentre le nostre bocche umide ripetono
incantate ostinate
il penultimo bacio.

p. 55

Qui, adesso: “Ogni opera compiuta / violenta natura morta”.
Lì, altrove, qualcosa può ancora accadere, ma insieme.
Questa poesia, dunque, è tragica perché non crede a una qualche forma di redenzione al singolare; è religiosa perché indica il confine di un mondo salvato, anche se non sappiamo in che modo. E’ utopica, nel senso letterale del termine – la descrizione di paesaggi estremi è una finta distopia – .
Qui la poesia è distanza, turris eburnea: “Torre alta. Parto da qui”; è moncone, schegge, i versi potrebbero leggersi ribaltati, mischiati, e il senso non cambierebbe.
Lì la poesia è visione, geografia di una genesi dove ogni cosa sembra indicare l’inizio di una creazione.

Di quale arcaico regno
vedo le macerie?
Nell’erba il sasso è le mani vive
che lo scelsero e scagliarono.
Tronco per tronco, di nuovo, dentro
la foresta, veloci e calme
le sillabe, oltre gli uomini uccisi: miraggi
tornati parole.

p. 18

Qui non sembra esserci più speranza; qualcosa di disastroso è accaduto, di irreparabile, in questo senso la poesia di Ercolani è parola di Cassandra, non sibillina, ma apocalittica.
Qui, eppure, il compito rimane alto, l’accidia è vietata: (“confida nella scia di lacrime / e impara a vivere”, Paul Celan).

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